De Chirico - Scritti/1Scritti/1
Romanzi e Scritti critici e teorici 1911-1945
di Giorgio De Chirico
pag. 1128
Bombiani 2008

A cura di Andrea Cortellessa
Edizione diretta da Achille Bonito Oliva

Finalmente a trent’anni dalla scomparsa del pittore è stato pubblicato dalla casa editrice Bompiani il primo volume dell’Opera Omnia dei suoi scritti editi e inediti.
Accanto ai due romanzi Ebdomero e Il signor Dudron, che lo resero famoso presso il grande pubblico come autore e alla già nota raccolta di saggi Commedia dell’arte moderna troviamo qui raccolti e pubblicati per la prima volta gli Scritti Dispersi(1911-1943).
Si tratta di un gruppo di scritti di grande importanza perché ci aiuta a penetrare il significato più nascosto dell’opera di De Chirico, da lui stesso battezzata pittura metafisica, termine che destò malintesi non trascurabili:

“… la parola metafisica fa nascere fosche visioni di nuvolaglie e di grigiume, grovigli caotici e masse tenebrose… Ora io nella parola “metafisica” non ci vedo nulla di tenebroso; è la stessa tranquillità ed insensata bellezza della materia che mi appare “metafisica” e tanto più metafisici mi appaiono quegli oggetti che per chiarezza di colore ed esattezza di misure sono agli antipodi di ogni confusione e di ogni nebulosità. La parola “metafisica” scomponendola potrebbe dar luogo a un altro mastodontico malinteso: “metafisica”, dal greco metà tà fusiká (dopo le cose fisiche), farebbe pensare che quelle cose che trovansi dopo le cose fisiche debbano costituire una specie di vuoto nirvanico, Pura imbecillità se si pensa che nello spazio la distanza non esiste e che un inspiegabile stato X può trovarsi tanto di là da un oggetto dipinto, descritto o immaginato, quanto di qua e anzitutto (è precisamente ciò che accade nella mia arte) nell’oggetto stesso.” (p. 275)

I malintesi intorno al significato di metafisica hanno la loro origine nel I° secolo a.C. con la catalogazione dei libri aristotelici ad opera di Andronico da Rodi.
È noto come l’espressione τά μετά τά φυσικά (“ta meta ta physika”, significa “Ciò che segue dopo la fisica.”), che in un primo tempo aveva un significato esclusivamente tecnico-bibliografico (denominazione complessiva dei trattati di Aristotele che seguono, nell’ordine, quelli appartenenti alla Fisica), si sia tramutata più tardi in una caratterizzazione filosofico-interpretativa di ciò che tali trattati contengono. Martin Heidegger spiegava che «tra i trattati di Aristotele si trovavano anche quelli in cui egli stesso talvolta afferma di voler presentare ed esporre la πρώτη φιλοσoφία, il filosofare autentico, quello che si interroga intorno all’ente in generale e da ultimo intorno al divino, e intorno all’ente autentico, ovvero ciò che fa si che l’ente sia ente, l’essenza dell’ente, il suo essere. Il fatto decisivo è che queste due direzioni interrogative, racchiuse nel significato unitario di φυσις (da cui φυσικά) , vengono espressamente unite insieme da Aristotele. Egli non dice però – o per lo meno non ci è stato tramandato nulla in proposito – come egli intenda queste due direzioni interrogative nella loro unità e in che senso proprio questo interrogare rivolto in due direzioni componga in modo unitario il filosofare autentico. Sorse il problema di come catalogare questi trattati perché non rientravano in nessuna delle tre discipline in cui era stata ripartita la filosofia delle scuole (logica, fisica ed etica). Si vide che sussisteva una certa affinità con le questioni discusse nella Fisica, ma anche che quanto Aristotele aveva affrontato nella filosofia prima era molto più ampio e di gran lunga più essenziale. Quindi le trattazioni della filosofia prima furono inquadrate accanto o dopo la Fisica. Questo stato ambiguo portò a uno slittamento di significato del termine μετά. In greco μετά significa “dopo, in seguito”, ma anche “via da qualcosa verso qualcos’altro”. τά μετά τά φυσικά ora non significa più quanto segue alle dottrine fisiche, bensì quanto tratta di “ciò che si volge-via dalla fisica e si rivolge ad un altro ente, all’ente in generale e all’ente autentico. Metafisica diviene il titolo per indicare la conoscenza di ciò che si trova al di là del sensibile, la scienza e la conoscenza del soprasensibile.» (adattato da Martin Heidegger, Concetti fondamentali della metafisica, il Melangolo)

La conseguenza più vistosa di questa trasformazione di significato è stata la perdita di vista se non addirittura il mancato riconoscimento dello stato di sospensione e di apertura con cui Aristotele e prima di lui Platone hanno affrontato e lasciato aperti i problemi centrali della filosofia.

E proprio a questo stato di sospensione e di apertura sembrano portare la pittura e gli scritti di De Chirico:

“Pigliamo un esempio: io entro in una stanza, vedo un uomo seduto sopra una seggiola, dal soffitto vedo pendere una gabbia con dentro un canarino, sul muro scorgo dei quadri, in una biblioteca dei libri, tutto ciò non mi colpisce, non mi stupisce poiché la collana dei ricordi che si allacciano l’un l’altro mi spiega la logica di ciò che vedo; ma ammettiamo che per un momento e per cause inspiegabili ed indipendenti dalla mia volontà si spezzi il filo di tale collana, chissà come vedrei l’uomo seduto, la gabbia, i quadri, la biblioteca; chissà allora quale stupore, quale terrore e forse anche quale dolcezza e quale consolazione proverei io mirando questa scena.” (p. 289)

Oltre che pittore, autore e poeta questi scritti rivelano, quindi, anche un De Chirico fenomenologo capace di

“spogliare l’arte di tutto ciò che ancora contiene di routine, di regola, di tendenza a un soggetto, a una sintesi estetica; sopprimere completamente l’uomo come punto di riferimento, come mezzo per esprimere un simbolo, una sensazione o un pensiero: liberarsi una buona volta da ciò che ostacola sempre la scultura: l’antropomorfismo. Vedere tutto, anche l’uomo, come cosa.” (p. 988)

De Chirico è ben consapevole che la metafisica non è una scienza:

“non si spiega niente per l’eterna ragione che non c’è nulla da spiegare”,

ma

“un momento, un pensiero, una combinazione che si rivela con la velocità di un fulmine, ci fa tremare, ci getta davanti a noi stessi come davanti alla statua di un dio sconosciuto. Come il terremoto scuote la colonna sul suo plinto, noi trasaliamo fino al fondo delle nostre viscere. Gettiamo allora sguardi sorpresi sulle cose. È il momento. Il Proteo che dormiva in noi ha aperto gli occhi. E noi diciamo quello che bisognava dire. Queste scosse sono per noi ciò che per il profeta glauco erano i lacci e le torture.” (p. 995)

In queste righe De Chirico sembra indicarci una via per liberarci dalla gabbia mentale attraverso cui guardiamo il mondo e lo interpretiamo, una via aperta da un risveglio improvviso.
Ma qual è il modo per risvegliare il Proteo che dorme in noi?
Semplicemente guardandoci attorno, buttando uno sguardo nelle cose di tutti i giorni, come lui soleva fare nella sua pacatezza, tranquillità e semplicità.

“Rappresentarsi tutto come enigma, non solo le grandi questioni che ci siamo sempre posti, perché il mondo è stato creato, perché nasciamo, viviamo e moriamo, perché forse, dopotutto, come ho già detto, non c’è nessuna ragione in tutto questo. Ma capire l’enigma di cose considerate in genere insignificanti…”.

E per arrivare dove?

“[…]una città, una piazza, un porto, dei portici, dei giardini: feste serali; tristezze. Niente.” (p. 975, 992)