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08 Aprile 2009

Arte e Psichiatria. Riflessi e riflessioni

Argomento: Arte, Psichiatria

© Carla CeratiAREZZO - La mostra multimediale storico-antologica "Arte e Psichiatria. Riflessi e riflessioni" del centro culturale ArtCamera in collaborazione con le istituzioni della città di Arezzo è certamente da segnalare sia per la qualità degli artisti presenti (tra cui i fotografi Gianni Berengo Gardin e Paola Cerati) che per il tema che affronta, che è quello del disagio psichiatrico visto con "altri occhi".

Fino al 15 aprile la mostra è in esposizione presso il Loggiato del Palazzo Comunale di Arezzo, in Piazza della Libertà n. 1.

Abbiamo rivolto alcune domande alla curatrice della mostra, Rita Carioti.

La follia è spesso pensata come il contrario di normalità. Ma anche l'evento estetico, sia nella sua produzione che fruizione, è qualcosa che non è riconducibile ad una ragione. Cosa accomuna arte e psichiatria?

Rita Carioti - Possiamo dire che l’Arte, intesa come sintetica iconografia semantica, nasce in primo luogo nei reconditi e labirintici sentieri della Psiche. Ogni artista che si trova nella condizione del creare una opera che ha in sé un contenutistico e universale significato, non può esonerarsi dal contatto con la propria interiorità, dove la propria soggettiva latente immaginazione, nella sofferenza o nel piacere, trova sovente humus vitale per modellare e cristallizzare oggettivamente la propria interpretazione. Nel fare ciò esercita una libertà incondizionata. Un atteggiamento simile a quello in cui un individuo definito “folle” esprime la propria condizione psichica, in quanto fuoriesce dai “normali” parametri o limiti preposti dalle regole sociali, o talvolta si esprime in modo del tutto anomalo non sempre accessibile. La Psichiatria è una componente specifica della Psiche che subentra e si sviluppa in vari modi. In molti casi l’Arte, per colui che soffre di disturbi mentali, è una dimensione che serve come efficace terapia riabilitativa e di sostegno in quanto l’individuo ritrova la propria naturale ed autentica dimensione espressiva che lo aiuta a riformare una propria dignità personale, spesso perduta nei travagli della sofferenza della malattia. In tal senso l’Arte e la Psichiatria hanno certamente molto in comune.

Il malato psichiatrico è qualcosa di ingombrante, che fino a poco tempo fa veniva nascosto in vere e proprie carceri. Cos'è cambiato?

Rita Carioti - Credo che tutti coloro che soffrono di una malattia grave e non autosufficiente possano essere considerati “ingombranti” – se così li vogliamo definire. Il malato di mente è un caso specifico a parte, in quanto, a differenza di altre malattie precisamente riconoscibili, è stato relegato e considerato per molto tempo, un soggetto di “indefinibilità diagnostica” spesso considerato irrecuperabile, pertanto emarginato e relegato all’abominevole condizione vitale puramente “vegetativa” o cavia di disumani metodi applicativi terapeutici basati sulla contenzione.
Una svolta la fornisce trenta anni fa il pionieristico e straordinario psichiatra Franco Basaglia il quale intuisce che : “ …la follia è una condizione umana. In noi esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società riconosce la follia come parte della ragione, e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una scienza che si incarica di eliminarla. Il manicomio ha la sua ragione di essere perchè fa diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come sciogliere questo nodo. Superare la follia istituzionale e riconoscere la follia là dove ha origine, come dire, nella vita.”. I nuovi metodi sperimentati e applicati verso malati di mente da Basaglia dimostrano che può esserci una reale alternativa, come egli stesso afferma - “ …la cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. …abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale. Non credo il fatto che un’azione riesca a generalizzarsi voglia dire che si è vinto. Il punto importante è un altro, è che ora si sa cosa si può fare.” - tanto che nel 1978, dopo circa dieci anni di lotte sostenute da molti altri medici, la Legge 180 che lui stesso propone in Parlamento, viene approvata e consolida la chiusura definitiva dei manicomi. Mi pare quindi che sia cambiato molto, anche se ancora molto resta da fare

Com'è nata l'idea della mostra?

Rita Carioti - L’attuale mostra “Arte e Psichiatria – Riflessi e Riflessioni” si può considerare uno specifico approfondimento della precedente mostra multimediale (fotografia, pittura, disegno, scultura, musica e poesia) di sedici artisti, dal titolo “Arte e Psiche - Iconografie immaginarie e dissertazioni poetiche dell’inconscio” da me ideata e curata, ed esposta tra il mese di dicembre 2008 e Gennaio 2009 nell’Atrio d’Onore del Palazzo della Provincia di Arezzo. La tematica della Psiche veniva espressa e rappresentata nei “micro-cosmi” dei singoli autori creati in vari e differenziati aspetti e forme tra cui il sogno, i sentimenti, la fantasia, l’introspettività ed altro. Ma vi era un aspetto che ritenevo molto importante da non trascurare che era l’aspetto psichiatrico. Pertanto ho voluto fortemente coinvolgere il Presidente del Centro di Salute Mentale “Franco Basaglia” di Arezzo dott. Bruno Benigni, come ideale rappresentante del Centro, in quanto attivo sostenitore della validità dell’Arte nell’ambito psichiatrico, anche per consolidare lo specifico contenuto espresso nella splendida opera di una fotografa-psicologa, “Il manichino folle”, riproposta poi nell’attuale mostra. La sinergia trovata ed espressa dal Dott. Benigni, ha esaudito la richiesta di creare una nuova specifica mostra sull’Arte e la Psichiatria, vista anche la ricorrenza del trentennale dell’approvazione della legge 180. L’attuale mostra, diviene parte integrante di un ampio progetto realizzato dal Centro “Franco Basaglia” con la collaborazione degli Enti Istituzionali del Comune, Provincia e Università di Arezzo e Regione Toscana, che comprende il Convegno Internazionale “Memoria e Attualità” tenuto nella Sala dei Grandi del Palazzo della Provincia, la messa in opera di un “Monumento in omaggio alle vittime dei manicomi”, il primo al mondo, ubicato negli spazi dell’ex Ospedale Psichiatrico di Arezzo, attuale sede Universitaria, ed altre iniziative.

Si è parlato anche delle vittime dei manicomi e del genio di Franco Basaglia. Cosa ne pensa e cosa è emerso dai dibattiti?

Rita Carioti - E’ difficile sintetizzare in poche parole quanto è emerso nella sede di un Convegno durato tre giorni in cui ha visto la partecipazione di molti illustri relatori. Tuttavia si può sintetizzare dicendo che a livello Europeo viene sostenuta e confermata l’attualità del pensiero del Grande Franco Basaglia che vede l’attività applicativa per l’assistenza dei malati di mente certamente fuori dai manicomi. Emerge inoltre la volontà di orientare le metodologie terapeutiche applicative non verso i metodi coercitivi, (purtroppo ancora oggi nel mondo, Italia inclusa, vi sono luoghi dove viene praticata la contenzione e l’Elettroshock) ma piuttosto sempre maggiormente orientati verso quei metodi di sostegno che possano aiutare alla espressività del malato ed al recupero della consapevolizzazione e la dignità del proprio “essere”, tra i quali certamente l’Arte-terapia è tra i maggiormente apprezzati.

Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin sono stati un po' il fiore all'occhiello dell'iniziativa. Vuole commentare?

Rita Carioti - Certamente due grandi maestri della fotografia come Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin non possono essere che considerati i protagonisti di questa variegata vetrina espositiva, non solo per la toccante bellezza estetica con la quale hanno documentato una tematica così delicata, ma soprattutto perché a mio avviso sono stati anche loro dei coraggiosi e rivoluzionari protagonisti di quel lungo e faticoso percorso che ha portato alla conquista e all’affermazione di giusti ideali a sostegno dei diritti umani, nello specifico dei malati di mente. Dalla mia personale eclettica esperienza di fotografa, sostengo che la fotocamera, in mano al professionista fotografo è uno strumento molto versatile, che può essere utilizzato come mezzo di espressività artistica, ma anche come un potente ed efficace mezzo documentaristico di denuncia di scomode realtà sociali. Lo hanno fatto in passato altri fotografi come Tina Modotti, Robert Capa, Dorothea Lange, William Eugene Smith, Diane Arbus ecc. In Italia Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin nel 1968, dieci anni prima della applicazione della Legge 180, hanno realizzato per la prima volta, per volontà e con la collaborazione di Franco Basaglia, una documentazione, nei manicomi di Parma, Gorizia, Firenze e Ferrara, che oggi viene considerata storica, laddove nessuno prima aveva messo mai piede e hanno rivelato pubblicamente nei propri scatti l’ indecente condizione di vita dei degenti, tenuta sin allora volutamente nascosta. Credo che le immagini esposte in questa mostra, editate nel 1968 da Einaudi nel premiato libro “Morire di Classe”, così come afferma lo stesso Gianni Gerengo Gardin in una intervista rilasciata a Rossella Bigi, in parte pubblicata nel catalogo della mostra, siano certamente state determinati alla sensibilizzazione Istituzionale e Sociale al fine della approvazione della legge 180, pertanto le ho volute come protagoniste in mostra. Dopo di loro in molti hanno seguito le loro orme, tanto che in un’altra sezione negli scatti di Ferdinando Rossi si può osservare un altro scorcio di storia che raffigura la realtà manicomiale dell’O. P. di Arezzo tra gli anni 1977 al 1983, in un graduale percorso che segue la chiusura del manicomio e il superamento dello stesso dei malati, nel tentativo di costruzione di una nuova vita individuale e sociale con l’inserimento nelle case-famiglia con il supporto dei nascenti Servizi di Igiene Mentale, attuali U.S.L. La realtà odierna viene rappresentata dalle opere dei realizzate da persone con disturbi mentali che praticano le Attività Artistiche nei laboratori di Arte-terapia, che medici e operatori dei Dipartimenti di Salute Mentale di Arezzo, Firenze ed Empoli in collaborazione con specialistiche Associazioni, applicano come nuove ed efficaci metodologie di supporto terapeutico, recupero e sostegno, in quanto si rivelano efficaci veicoli che migliorano le componenti psicologiche socio-relazionali del soggetto. L’intento di questa mostra è soprattutto quello di riaffermare la “possibile” alternatività ai disumani sistemi terapeutici applicati in passato e ridare nuova luce alla preconcetta “visione” immaginativa del folle, spesso demonizzato, avvilito o emarginato, che invece, come ampiamente dimostrato, è dotato di profonda sensibilità e straordinarie spesso geniali intrinseche potenzialità. Si vuole inoltre sensibilizzare quella classe medica, che ancora oggi non “riconosce” questa palese realtà, convinta ancora oggi nella propria “indefinibile” coscienza che tra i migliori metodi per curare una mente umana vi sono quelli della contenzione e dell’Elettroshock.

Com'è stata la risposta del pubblico?

Rita Carioti - Sia nella mostra “Arte e Psiche” che in questa di “Arte e Psichiatria” sono rimasta e sto rimanendo colpita e piacevolmente stupita, del favorevole consenso, sia di affluenza sia di interesse ad entrambe le tematiche, emerso dai molti fruitori, in gran parte addetti ai lavori, molti cultori della sfera dell’anima e della profondità contenutistica del vivere, ma non mancano i semplici curiosi che timidamente si addentrano in insolite e non convenzionali tematiche. Ci sono state richieste di Insegnanti che hanno espresso l’intento di riproporre la tematica nelle classi e approfondirne certi aspetti emersi durante i video proiettati il giorno di presentazione e inaugurazione della mostra. Altre nuove collaborazioni stanno nascendo da alcune Associazioni locali che praticano l’Arte-terapia di concerto con i D.S.M. che, stimolati da questa imponente mostra, vorrebbero dare luce anche ai prodotti realizzati dai loro utenti.
Credo quindi di essere riuscita, nel mio primario intento, che è quello di creare, in ogni mostra che realizzo, un fondato reale interesse quale momento di riflessione, incontro e confronto per una attività rigenerativa, e talvolta per suscitare stimolo per una nuova e costante forma espressiva, il cui comune filo conduttore, è l’unico diretto ed autentico linguaggio universale dell’Arte.

a cura di Paolo Ferrante
Centro Studi ASIA


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