asia
19 Novembre 2008

Le grandi città sotto la luna

da uno spettacolo dell'Odin Teatret

Argomento: Arte, Teatro

Intervista a Eugenio Barba - prima parte

«Quando García Lorca terminò la sua breve presentazione di Pablo Neruda, si rivolse direttamente ai propri ascoltatori per dir loro: fate attenzione, c’è una luce nascosta nei poeti. Cercate di percepirla per nutrire quel grano di follia che ognuno porta dentro di sé, e senza il quale è imprudente vivere. Disse proprio così: imprudente.»

E' scritto su un foglio, il programma, che i ragazzi all'ingresso ci tengono che tutti abbiano - probabilmente su indicazione ferrea di Eugenio Barba, l'autore.

Inizia così la serata del 2 Novembre al Teatro Era di Pontedera, dove era in scena nientemeno che l'Odin Teatret con "Le grandi città sotto la luna".

Lo spettacolo è inserito nell'ambito del Festival di inaugurazione della nuova struttura che ospita il teatro di Pontedera. Il Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale nato nel 1974, divenuto poi Fondazione Pontedera Teatro, ha alle sue spalle 35 anni di attività. Ospita il Workcenter of Jerzy Grotowski - maestro e amico di Barba - e innumerevoli notevoli artisti che hanno fatto e fanno la storia del teatro. Il festival annovera così molti grandi nomi del teatro internazionale, tra questi l'Odin Teatret di Eugenio Barba.

Già un'ora prima decine e decine di persone abitano la hall scambiando chiacchiere, incontrando vecchi amici accorsi da tutta Italia per questo avvenimento: la condivisione di una grande vittoria per un gruppo storico italiano con i compagni dell'Odin venuti dalla Danimarca.

Finalmente riusciamo ad entrare. Ci sono le normali sedie del teatro, con alcuni posti in prima fila riservati. Poi una fila di sgabelli verso il palco e, davanti a questi, quasi a ridosso della scena, una fila di cuscini rossi a terra, in cui i più giovani e coraggiosi possono sedersi. Otto sedie messe di fronte al pubblico. Un paio di attori armeggiano distrattamente coi loro strumenti e cantano. Parlano tra loro. Un altro entra e con disinvoltura va verso gli altri, parla, si va a sedere. Agli occhi più attenti lo spettacolo "Le grandi città sotto la luna" è già iniziato - forse è da sempre iniziato.
Gli altri attori entreranno in scena successivamente, come gli invitati ad una festa.

E la festa inizia con un brindisi e un bicchiere di vino rosso cade dalle mani di uno degli attori frantumandosi a terra. Così l'Odin Teatret da il suo buon augurio al nuovo teatro Era, ci viene da pensare - l'indifferenza è rotta.
Appare Kattrine, nell'interpretazione toccante di Iben Nagel Rassmussen e avvengono lo stupro e l'assassinio in un modo tanto grottesco quanto visceralmente avvertito.
Appare un soldato italiano in missione di pace che canta la nuova versione di una canzone di Brecht: anche lui tornerà a casa in una bara.

Cosa succede nelle grandi città sotto la luna? Tutte sono le grandi città sotto la luna, anche Pontedera: evocate alla mente dagli attori che ne sussurrano i nomi, in una prospettiva che ci risucchia all'indietro come se potessimo vedere tutto da molto lontano, ecco che scorrono nelle nostre menti. E lo sguardo dello spettatore cambia, in qualche modo viene distolto dal pugno allo stomaco (Kattrine è ancora lì a terra) che pure risuona e si chiede senza parole: cosa succede nelle grandi città sotto la luna?

Sembra star cercando di farci respirare la verità dell'impermanenza, Eugenio Barba, nel gesto provato e riprovato dai suoi attori che rompono i confini con il pubblico gettando in aria le macerie - forse del teatro, forse del perbenismo, della scontatezza. D'altronde, come racconta egli stesso in varie occasioni, quello che i suoi occhi videro in Polonia alla fine degli anni '50, le ossa che venivano disseppellite a Varsavia assieme alle macerie nella ricostruzione, fu una di quelle esperienze che segnò la sua carriera di regista e la sua vita. E sembra starci dicendo - in una festa d'inaugurazione di un nuovo teatro - che tutto è già stato eretto e tutto è già stato distrutto. Cosa resta?

Lo spettacolo prende un'altra direzione: un maestro parte per sapere qual è l'essenza del sapere. Un traghettatore glielo rivelerà prendendo un pugno d'acqua.
E poi l'ultima narrazione: due uomini in Cina si scrivono di quando erano insieme, dei bei momenti passati insieme, e di quanto sia triste essere lontani. Poi di nuovo possono trovarsi ancora ed essere felici, ma ancora una volta sono costretti a separarsi e così via. Ancora la domanda, rivolta al pubblico, rivolta a se stessi: cosa resta? La risposta è il canto del cuore, ci suggerisce Barba. Ma cosa significa?

Lo spettacolo è finito. Così Eugenio Barba chiama Roberto Bacci e i suoi collaboratori sul nuovo palco del teatro Era. Quel teatro ora è il "loro" teatro, ma non sarà più il loro, un giorno. Allora ha pensato di regalare qualcosa che possa restare fino alla fine della memoria: fa chiudere loro gli occhi e li conduce per mano ad una sorpresa. Quando li riaprono, tutti gli attori dell'Odin sono in piedi davanti a loro e intonano un pezzo in polifonia. Così ciò che resterà, fin quando ce ne sarà memoria, sarà il canto del cuore.

«Si può cavalcare chimere tutta la vita senza mai vincere, ma senza essere sconfitti. La posta in gioco, infatti, non è cambiare il mondo, ma vivervi degnamente.»

di Federica Di Leonardo
Centro Studi ASIA

Guarda l'intervista a Eugenio Barba


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