asia
14 Novembre 2008

La fine della morte?

Educarsi alla finitudine

Dopo la fine della filosofia, la fine dell'Occidente, la fine della scienza, perché non aggiungere un altro morto alla collezione? Questa volta però il morto è la morte stessa. Rispettata, scacciata, temuta, la morte è qualcosa di ineluttabile, che ognuno di noi si porta dietro al supermercato, a lavoro, quando s'addormenta la sera. Viviamo sapendo (e dimenticando) che si muore. Heidegger diceva che l'essere-per-la-morte è la condizione di base dell'uomo (essere-per-la-morte, traduzione di Sein-zum-Tode, non vuol dire tifare per la morte come qualcuno in passato ha inteso, ma indica la condizione umana che è lo stare in rapporto con l'ineluttabilità e totalità di tale significato).

Questa condizione basilare sembra essere assente, a giudicare dalle cronache come il recente scandalo delle cremazioni, nell'animo di chi deve occuparsi delle spoglie degli altrui cari. Frasi agghiaccianti si leggono negli articoli che, certo, riportano la realtà dei fatti, ma forse si lasciano andare alla rabbia, allo sconcerto, alla facile presa di posizione.

A tal proposito occorrerebbe chiedersi se gli addetti al trattamento dei cadaveri siano stati preparati alla morte o se il loro cronico atteggiamento di distacco non sia dovuto ad una completa mancanza di educazione e di aspirazione.
Oggi non si muore più (come non si nasce più, d'altronde) in casa. Una volta gli "addetti ai lavori" erano i famigliari, il prete del paese o gli amici del defunto. Altro esempio: chi si occupa della morte nella tradizione tibetana è un riferimento spirituale molto forte per la comunità, qualcuno a cui ci si può affidare.

In Occidente, nei nuovi templi della tecnica, non ci si educa più a veder morire e di solito chi resiste lo fa perché crea questa distanza, questo "non mi riguarda". Spesso si sente dire che tanto ci si abitua e non ci si pensa più, e allora che differenza fa se le ceneri di cinque persone vengono mescolate e restituite ai parenti in un mix un po' macabro (macabro solo se ci si pensa)?
Chiediamoci: io cosa farei se mi trovassi nella situazione di un ragazzo di vent'anni che deve lavare e vestire un cadavere di un vecchio in una fredda stanza d'ospedale, coi colleghi che mi biasimano per i miei conati di vomito?

Forse il problema è più a monte: se si affida la morte alla tecnica si finisce per assegnare delle risorse (umane) a questo affare che, di conseguenza, non ha più nulla di misterioso o di sacro, non è più qualcosa a cui educarci. E' un affare come tanti.

 

Gustav Klimt
Vita e morte” (1908-1911)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Paolo Ferrante
Redazione Asia.it

Segnali:
http://blog.panorama.it/italia/2008/10/16/impianti-di-cremazione-inquinanti-sequestri-e-denunce-da-nord-a-sud/
http://www.corriere.it/cronache/08_novembre_02/scandalo_false_cremazioni_948fe3d8-a8c4-11dd-b538-00144f02aabc.shtml
Articolo apparso su questa rivista: "Eutanasia, speranza, senso: per una cultura della morte":
/adon.pl?act=doc&doc=382
Articolo apparso su questa rivista: "Camici frenetici: (veder) morire in ospedale":
/adon.pl?act=doc&doc=459
Salvatore Natoli, Il sacro e la morte (Il Grillo, RAI Educational):
http://www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=229


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