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Shunyata e il nulla

Il mondo è, invece di non esserci, invece di niente

La parola sanscrita shunyata sta per “nulla, assenza, vacuità” e designa un’esperienza chiave nel buddismo. Attorno a questa parola si può elaborare un parallelo straordinario tra buddismo ed esistenzialismo. Trovo di straordinario spessore la consapevolezza che i filosofi dell’esistenza hanno dimostrato per il “dramma” del nostro essere al mondo senza possibili risposte sul perché, per la tragicità dell’esserci. Essi hanno fronteggiato l’irruzione del nulla nelle nostre coscienze considerandone senza censure e consolazioni le conseguenze. E proprio di tali conseguenze vorrei scrivere seguitando il filo degli editoriali scorsi.
Il nulla si prende tutto e non basta ignorarlo per eluderlo: la nostra coscienza lo sa e le nostre viscere ce ne parlano attraverso ciò che l’occidente ha chiamato angoscia (e che forse oggi chiama depressione, ansia, crisi di panico) e il Buddha dukkha.
La nostra coscienza non ci fa sconti, o almeno non a lungo.
La malattia dell’anima è dovuta all’inconsistenza e all’impermanenza delle cose del mondo; non possiamo fondarci su alcunché. Noi diremmo, però, che se c’è un Dio, il Suo esserci salva il senso del mondo, della Sua creazione. A questo punto irrompe il nulla in tutta la sua definitiva potenza di destabilizzazione:
“Perché vi è qualcosa in generale, perché non nulla?”
Possiamo ignorare la domanda fondamentale? “Il mondo è invece che non esserci, invece che nulla”, e lo sconcerto che ci prende in questa consapevolezza, che possiamo leggittimamente leggere, sotto i segni della stranezza e della rottura dei canoni della normalità, nella grandissima arte della prima metà del secolo, da Kafka a Beckett da Morandi a Munch, da Berg a Stravinski, rimbomba nelle nostre viscere e nelle nostre intelligenze. Se il mondo è invece che nulla, e questo è indubitabile, allora di ogni essere si può dire altrettanto, Dio compreso. Ma, obbietterebbe la fede, Deus est per se subsistens, causa sui, ossia secondo san Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa, Dio esiste a causa di sé.
Ricordo il Benigni di “Berlinguer, ti voglio bene”:
-Chi ha fatto codesta casa?
-Un muratore!
-E chi ha fatto il muratore?
-Il babbo del muratore!
-E chi ha fatto il babbo del muratore?
-Il babbo del babbo del muratore!
-E il babbo del babbo del babbo del babbo... del babbo del muratore, chi l’ha fatto?
-Boh?!
-L’ha fatto Dio!-
-...e Dio chi l’ha fatto?!
-Non ti preoccupare!!

Ecco, relativamente alla causa prima siamo ancora a questo punto, san Tommaso compreso.
Il Buddha partiva dalla sconfitta della ragione e di ogni fede, essendo la questione del perché irrisolvibile e infatti qualsiasi fosse la Causa del mondo, essa essendoci ricadrebbe nella questione fondamentale: perché una Causa (un essente!) invece che nulla?!
Allora su cosa fonderemo i nostri valori? Cosa ci guarirà dal non senso?
Buddha indica nella realizzazione del Shunyata la soluzione, il superamento di dukkha. Vuole forse dire che dobbiamo calarci con disciplina nell’esperienza del mistero dell’esistenza e trovare nella stessa sostanza della disperazione esistenziale la via dell’illuminazione profonda? A tal fine propone l’Ottuplice sentiero, il cui termine più significativo, l’aggettivo samyag, tradotto normalmente con “retto” (retto intendimento, retto proposito, retto vivere,..., retta contemplazione) io arricchirei con “lecito”.
Come vivere lecitamente, senza nulla “rubare” e senza invenzioni metafisiche?
Credo sia questo il sentire che ci accomuna al principe Siddhartha che duemilacinquecento anni fa cercò e trovò in sé la risposta.


 


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