asia
19 Settembre 2008

Il mercato delle libertà

Brevi considerazioni tra globalizzazione e umanità

Argomento: Attualità, Economia

Perché consideriamo vantaggioso cedere una parte della nostra libertà di pensiero, di parola e di informazione in cambio di beni di consumo? Come mai consideriamo l'essenza stessa della nostra umanità come qualcosa da barattare in cambio della possibilità di comprare momenti di libertà privata, da consumare individualmente o in gruppi esclusivi? E soprattutto, cosa ci accade nel profondo quando la libertà e la nostra natura divengono oggetto di calcolo e di scambio ?

Domande come queste non nascono da ipotesi futuristiche o da speculazioni teoriche ma da un caso reale che, tempo fa, ha fatto traboccare il vaso dell'indifferenza, già colmo di tante analoghe situazioni, attirando così l'attenzione sul controverso rapporto tra mercato globale e libertà fondamentali. 
Il caso citato coinvolge il più noto motore di ricerca del web per la sua collaborazione con la censura di regime, in Cina e in altri paesi autoritari. Nello specifico, a Google e ai suoi azionisti, si critica il fatto di aver subordinato all'interesse economico il principio che tutela la libertà e il diritto fondamentale a pensare e informarsi, senza vincoli di censura. Gli azionisti, infatti, hanno bocciato quasi all'unanimità due mozioni, la prima delle quali voleva proibire all'azienda di Seattle ogni collaborazione con la censura di regime, e la seconda voleva istituire un Comitato per i diritti umani con il compito di tutelare legalmente i principi di libertà e uguaglianza dall'ingerenza degli stati autoritari in cui Google impianta i suoi servizi e le sue tecnologie.

Don't be evil

A leggere meglio però si scopre che la questione è più complessa e che uno dei fondatori di Google, Sergey Brin, si è astenuto dalla votazione perché condivide "lo spirito della proposta ma non la forma in cui è stata scritta". In altre parole Brin, con queste dichiarazioni, intende salvare sia l'indirizzo etico della sua azienda (il cui motto recita "don't be evil", non essere malvagio) sia la scelta di collaborare con i regimi censori, sostenendo che Google sta già facendo e farà in futuro tutto il possibile per portare i regimi autoritari verso i lidi della libertà di pensiero, di parola e di stampa, mostrando loro quali conseguenze negative (sul piano economico) portano le misure repressive delle libertà fondamentali. Se invece fossero state approvate le mozioni che volevano regolamentare il divieto per l'azienda di collaborare in ogni modo con la censura, si sarebbe rotto il rapporto con quei regimi che -sull'esempio della Cina- filtrano le ricerche su parole "sensibili" come democrazia, libertà di stampa, Piazza Tien An Men o Tibet, e questo avrebbe portato solo alla chiusura di Google in questi paesi.

Così, se nel caso di specie possiamo anche concordare con Brin e soci quando dichiarano che "garantire alla Cina l'accesso ad un'informazione filtrata è sempre meglio che negarle totalmente l'accesso all'informazione", vorremmo qui brevemente riflettere sui rischi, le contraddizioni e i fraintendimenti che derivano da questo tipo di strategie collaborative che vorrebbero usare la leva del profitto per scardinare dall'interno i regimi con cui scendono a patti per fare affari. 
Per prima cosa accenneremo al rapporto tra democrazia e mercato e alle macro-condizioni sociali che consentono una mercificazione delle libertà fondamentali. Poi rileveremo come il libero mercato sia un sistema nichilistico, quindi del tutto indipendente da qualsiasi considerazione etica dell'uomo e della sua natura, per concludere riportando l'attenzione sull'individuo e la sua coscienza nella quale in fondo si consuma l'intera vicenda che ci chiama a pensare, a domandarci e a ricercare la nostra vera natura.

Diffondiamo il mercato e avremo come effetto collaterale la democratizzazione delle società: questa la semplice e ingenua equazione che sta al fondo dalle strategie del nuovo corso della globalizzazione cui anche Google sembra fare riferimento. Niente di più facile e di più conveniente per tutti ma niente di più ingannevole e lontano dalla verità proprio perché sin troppo verosimile. Difatti, l'effetto democratico che il mercato potrebbe infondere alle società in cui viene affermandosi sarebbe realmente duraturo solo se i principi dell'economia fossero gerarchicamente sottoposti a quelli dei diritti dell'uomo che tutelano la dignità e l'essenza dell'essere umano. Allora il mercato sarebbe intriso di rispetto dell'uomo, dell'ambiente, delle differenze culturali e di religione, e potrebbe avere un benefico effetto virale, diffondendo come per contagio la democrazia.

Accade invece l'esatto contrario, sia nel libero e ricco occidente sia dove i regimi totalitaristici imparano a convivere con il capitalismo come ci sta dimostrando la Cina. Infatti, nei paesi autoritari, l'economia di mercato può portare piccole aperture e miglioramenti delle condizioni di vita dei più disagiati, ma i principi a cui tutto si deve conformare sono e restano quelli della svalutazione della realtà, quindi della censura, al fine di dare corpo e forza impositiva ad una ideologia che soppianta qualsiasi verità. Nelle questioni e nei momenti cruciali per la dignità umana o si interviene a livello politico, sfruttando la leva del profitto per ridurre alla ragione i governi antidemocratici, oppure la sola economia di mercato non ha nessuna capacità né intenzione di salvare la dignità degli uomini che invece spesso contribuisce a sfruttare. I recenti casi della censura sulle repressioni sanguinarie in Tibet proprio nel paese socialista economicamente più attivo su scala mondiale ne sono in qualche modo una conferma, come pure il silenzio e l'indifferenza sulla condizione della donna nella spiritualissima India, campione dello sviluppo globalizzato e globalizzante.

Ma nemmeno le nostre beneamate democrazie occidentali, dove diritti umani e libero mercato dovrebbero convivere serenamente, sono immuni dalle derive autoritarie. Proprio in questi ultimi anni, infatti, i nostri leader politici hanno imparato ad agitare lo spettro del terrorismo e della criminalità per invocare limitazioni dei diritti fondamentali (in molti casi già in atto come per il Patriot Act o per la censura su temi scomodi come l'ambiente, il petrolio, le guerre di esportazione della democrazia, le politiche di globalizzazione selvaggia del FMI e della Banca Mondiale) e rianimare forzatamente il moribondo patto sociale tra cittadini e Stato sulla base della paura e del bisogno di protezione. Eppure lo Stato di diritto nasce sotto un'altra stella, e storicamente ha svolto il ruolo di difensore dei diritti fondamentali contro la naturale tendenza alla violenza e alla sopraffazione che il libero mercato in molti casi ha contribuito ad accentuare. L'economia di mercato nei nostri paesi ha ingenerato forti contraddizioni e tensioni sociali alle quali hanno cercato di dare un freno le rivendicazioni e i diritti sanciti nelle carte costituzionali. Ma lo Stato nazionale come lo abbiamo conosciuto fino a qualche decennio fa è in crisi, perché si vede scavalcato in molte delle sue funzioni dai dirompenti fenomeni transnazionali in materia economica (la globalizzazione dei mercati) che trainano a cascata mutamenti sociali (i flussi migratori e la diffusione di costumi nuovi e globali) e culturali (l'incontro/scontro tra visioni del mondo, valori e religioni).

Così si trasforma anche il patto sociale tra il cittadino e lo Stato, fino ad oggi costituito da una cessione di libertà da parte del cittadino in cambio di sicurezza garantita dallo Stato, sicurezza dall'invasore straniero prima, dalle contraddizioni e dai rischi delle trasformazioni epocali dei tempi moderni, poi. Oggi, in tempi in cui lo Stato nazionale soverchiato dal mercato e dalla finanza globale non è più capace di garantire un grado sufficiente né di sicurezza né di diritti economici e sociali, i cittadini cedono la loro libertà di pensiero, di informazione, di parola, in cambio di un'altra libertà, di consumare, di apparire e in ultimo di dimenticarsi di sé, che gli viene data dal denaro. Ciò che sarebbe compito dello Stato, del suo indirizzo politico in senso pieno, nella vacatio imperii di un'istituzione globale, è demandato o alle scelte utilitaristiche di potenti gruppi economici, oppure alla capacità di guadagno e di spesa del singolo che per comprare i suoi diritti nella sfera privata si vede costretto a cederne una grossa fetta nella sfera pubblica.

Ne consegue che sempre più la libertà viene intesa come un fatto privato, individuale, da consumare come libertà-di-fare qualcosa che mi piace. Sempre meno, invece, la libertà è libertà-da, dall'illusione, dalla menzogna, dal pregiudizio e quindi non corrisponde più all'ideale illuminista e rivoluzionario che ha segnato la modernità, né a quelle conquiste di civiltà per le quali hanno lottato intere generazioni in tante parti del mondo, rivendicando dignità e valori umani contro qualsiasi autoritarismo e annichilimento dell'uomo e della sua umanità.

Emerge chiaramente anche da questa rapida analisi che l'economia di mercato in sé è nichilistica, in quanto priva di riferimenti che non siano quelli relativi e contingenti del mercato e delle sue leggi. E proprio per questo andrebbe sottoposta alle leggi e ai valori dell'uomo. Siamo invece caduti nell'impossibilità di resistere al mercato e alle sue lusinghe, e le accuse mosse agli azionisti di Google -per quanto forse non motivate dal caso di specie- ne sono in qualche modo una conferma. 
Oggi infatti, un risparmiatore che investe in azioni viene spesso messo di fronte ad un assurdo bilanciamento di valori originariamente non commensurabili: da un lato c'è la libertà di pensiero, di stampa, di informazione ma anche il diritto alla salute e alla vita in alcuni casi (ad esempio per la case farmaceutiche); dall'altro ci sono le possibilità che può offrire il denaro, la libertà di comprare, il potere d'acquisto considerato il maggiore indice di qualità della vita e di libertà per molti miliardi di persone.

Ma come siamo caduti in questo assurdo loop, per cui vendiamo le nostre libertà fondamentali - massime la libertà di poter conoscere e comunicare - per acquisire potere di acquisto materiale, per cui vendiamo le nostre libertà fondamentali per comprare hamburger, patatine e camicie di marca? E cosa ci accade se scambiamo libertà di pensiero contro libertà di consumo? Se vendiamo la nostra coscienza, il nostro spirito critico per un po' di comodità in più che ci rende obesi e ci costringe poi a mangiare strani e disgustosi intrugli ipocalorici e magicamente dimagranti?

La nostra stessa essenza, l'humanitas che fa dell'uomo colui che sa di se stesso, è diventata merce di scambio ed ha perso il suo significato esistenziale che dona l'occasione di riferirci a ciò che siamo, al senso del nostro essere. Di fronte a questa mercificazione dell'humanitas sotto forma di libertà, diritti e valori, l'alternativa sensata può essere solo quella di ricondurre l'uomo alla sua "essenza pensante", alla sua appartenenza all'essere, dando conto in primo luogo di quel nientificare proprio dell'essere che l'uomo vive oggi come negazione sempre più impellente della sua stessa umanità. 
Ma i più scettici e pragmatici si domanderanno: c'è modo di fare questo nella sfera pubblica dove le libertà sono merce di scambio, dove l'humanitas è sempre meno presente, dove tutto il discorso pubblico si consuma nel volgere di uno spot di 30"? Difficile a dirsi e ancora di più a farsi. D'altro canto il nodo -allo stomaco e nel pensiero- oggi si fa sempre più stretto e non si può restare indifferenti.

Quando l'umanità diventa un valore subordinato al mercato è l'uomo stesso che si mette in vendita, non più ai suoi simili ma ad un'inquietante potenza non-umana che vuole solo protrarre se stessa: la potenza del "pensiero tecnico", nelle forme del progresso tecnologico e scientifico asservito e unificato alla finanza globale dalla comune natura cibernetica. Si compie così il dominio globale del pensiero tecnico, incurante di ciò che è significativo ma capace solo di calcolare, profetizzato come "planetarismo e idiotismo" già nel 1941 da Martin Heidegger .

Ma se è vero che anche questa potenza appartiene all'essere come ogni cosa che esiste, allora il baratro che la tecnica apre nella nostra anima e nelle nostre viscere è anche una possibilità per ritornare alla nostra essenza e al suo inalienabile valore, non vendibile perché impossibile da entificare. Quale ente infatti potrà mai contenere in sé la coscienza d'essere che nell'uomo perviene al linguaggio?

Riscoprire il mistero che si mostra in questo strano e inquietante destino che il pensiero tecnico ci apre significa ripartire dall'ignoranza, dal vivere su di noi quella condizione per cui "non sappiamo ciò che ci accade, e questo è quello che ci accade" (Ortega y Gasset ). Non potendo sapere restiamo sospesi, senza sapere dove ci conduce questa disumanizzazione, questo oblio dell'essenziale, in bilico tra la scomparsa dell'uomo e la sua metamorfosi più straordinaria, da animale rationale a Dasein, a colui che sa che l'esistenza è senza fondo, poggia su niente.

Le grandi incertezze e le forti incoerenze dei nostri tempi si manifestano in tendenze sociali e meccanismi motivazionali che indirizzano la nostra presunta libertà di scelta verso un comportamento inconsapevole e dimentico dell'essenza stessa dell'essere umano. Recuperare la necessaria lucidità su quanto accade nella nostra vita quotidiana è essenziale per riportare al linguaggio quel riferimento dell'essere all'uomo che è la prima e più significativa delle possibilità umane in quanto viene a determinare cosa noi pensiamo di noi stessi, cosa crediamo di essere e che significato diamo al nostro essere. Qualsiasi azione non potrà che derivare da questa originaria presa di coscienza.

di Domenico Canzoniero
Centro Studi ASIA


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