asia
27 Maggio 2008

Il dibattito

Speciale Tibet


Articolo originale di Gianni Vattimo (Corriere della Sera)

Un'indegna campagna di demonizzazione della Repubblica Popolare Cinese è in corso. A
dirigerla e orchestrarla sono governi e organi di stampa più che mai decisi ad avallare il
martirio interminabile del popolo palestinese e sempre pronti a scatenare e appoggiare
guerre preventive come quella che in Irak ha già comportato centinaia di migliaia di morti
e milioni di profughi. Si agita la bandiera dell'indipendenza (talvolta camuffata da
«autonomia») del Tibet, ma se questo obbiettivo venisse conseguito, ecco che la medesima
parola d'ordine verrebbe lanciata anche per il Grande Tibet (un'area tre volte più grande
del Tibet propriamente detto) e poi per il Sinkiang, per la Mongolia interna, per la
Manciuria e per altre regioni ancora. La realtà è che, nel suo folle progetto di dominio
planetario, l'imperialismo mira a smembrare un paese che da molti secoli si è costituito su
una base multietnica e multiculturale e che oggi vede convivere 56 etnie. Non a caso, a
promuovere questa Crociata non è certo il Terzo Mondo, che alla Cina guarda con
simpatia e ammirazione, ma l'Occidente che a partire dalle guerre dell'oppio ha precipitato
il grande paese asiatico nel sottosviluppo e in un'immane tragedia, dalla quale un popolo
che ammonta ad un quinto dell'umanità sta finalmente fuoriuscendo. Sulla base di parole
d'ordine analoghe a quelle oggi urlate contro la Cina, si potrebbe promuovere lo
smembramento di non pochi paesi europei, quali l'Inghilterra, la Francia, la Spagna e
soprattutto l'Italia, dove non mancano i movimenti che rivendicano la «liberazione» e la
secessione della Padania. L'Occidente che si atteggia a Santa Sede della religione dei diritti
umani non ha speso una sola parola sui pogrom anticinesi che il 14 marzo a Lhasa sono
costati la vita a civili innocenti compresi vecchi, donne e bambini. Mentre proclama di
essere alla testa della lotta contro il fondamentalismo, l'Occidente trasfigura nel modo più
grottesco il Tibet del passato (fondato sulla teocrazia e sulla schiavitù e sul servaggio di
massa) e si prosterna dinanzi a un Dio-Re, impegnato a costituire uno Stato sulla base
della purezza etnica e religiosa (anche una moschea è stata assaltata a Lhasa), annettendo
a questo Stato territori che sono sì abitati da tibetani ma che non sono mai stati
amministrati da un Dalai Lama: è il progetto del Grande Tibet fondamentalista caro a
coloro che vogliono mettere in crisi il carattere multietnico e multiculturale della
Repubblica Popolare Cinese per poterla meglio smembrare. Alla fine dell'Ottocento,
all'ingresso delle concessioni occidentali in Cina era bene in vista il cartello: «Vietato
l'ingresso ai cani e ai cinesi». Questo cartello non è dileguato, ha solo subito qualche
variante, come dimostra la campagna per sabotare o sminuire in qualche modo le
Olimpiadi di Pechino: «Vietate le Olimpiadi ai cani e ai cinesi». La Crociata anticinese in
corso è in piena continuità con una lunga e infame tradizione imperialista e razzista.

Domenico Losurdo, filosofo
Gianni Vattimo, filosofo
Luciano Canfora, storico
Carlo Ferdinando Russo (direttore di «Belfagor»)
Angelo d'Orsi, storico
Ugo Dotti, storico della letteratura italiana
Guido Oldrini, filosofo

Perché l’appello di Gianni Vattimo è irricevibile
Carmen Leccardi (Università di Milano-Bicocca)

L’appello di Vattimo è, per utilizzare un’espressione entrata ormai nell’uso comune, del
tutto irricevibile. Non solo perché pretende di utilizzare analisi in chiave geopolitica (la
Cina come unico baluardo rimasto contro l’imperialismo americano) per far evaporare e
giustificare i crimini cinesi contro le cosiddette “minoranze”, a partire dai tibetani. Si tratta
di crimini che l’anno delle Olimpiadi in Cina ha reso mediaticamente più visibili, ma che
continuano dal 1950, l’anno dell’occupazione militare dell’altopiano tibetano da parte
delle armate cinesi. Ma anche per una lunga serie di inesattezze di cui l’appello è
costellato. Consideriamole più da vicino.

1. E’ falso affermare, in primo luogo, che i tibetani chiedano l’indipendenza dalla Cina
“camuffandola da autonomia”. E’ dal 1988, dunque da ormai venti anni, che il Dalai Lama
– senza mai deflettere da questa posizione - ha avanzato la richiesta di una effettiva
autonomia del Paese delle Nevi (prima in un discorso al Senato Americano e
successivamente al Parlamento Europeo). Autonomia significa rispetto della millenaria
cultura del Tibet e protezione delle sue tradizioni religiose, in una cornice istituzionale che
continuerebbe a vedere nelle mani di Pechino la titolarità della politica estera e della
difesa. Per intenderci, uno scenario che evoca la posizione dell’Alto Adige in Italia. Per
avere difeso questa posizione in modo instancabile, privilegiando l’autonomia rispetto alla
richiesta di indipendenza, il Dalai Lama è oggi oggetto di critiche da parte di aree stesse
della popolazione tibetana in esilio.

2. Vattimo dimentica che quell’ampia area, nel suo appello definita “Grande Tibet”, altro
non è se non l’insieme dei territori da sempre appartenuti al Paese delle Nevi, e dopo
l’invasione direttamente annessi alle province cinesi limitrofe. E’ bene ricordare, al
riguardo, che la cosiddetta “Regione Autonoma Tibetana” è un prodotto artificiale, creato
dal regime cinese negli anni Sessanta del Novecento, dopo aver preso possesso del Tetto
del Mondo. Se il Tibet storico coincidesse davvero con la “Regione Autonoma Tibetana” –
quella piccola parte dell’antico territorio del Tibet considerato oggi “Tibet” dalla Cina – lo
stesso XIV Dalai Lama risulterebbe nato in territorio cinese. I fatti ci dicono invece che
l’Amdo, la regione di nascita dell’attuale Dalai Lama, è stata annessa da Pechino con
l’occupazione dell’altopiano tibetano. Qualche anno prima, tra il 1948 e il 1949, la
Repubblica Popolare Cinese aveva del resto occupato, e illegalmente incorporato manu
militari all’interno delle proprie frontiere, anche i territori indipendenti del Turkestan
Orientale (oggi denominato dai cinesi Xingjang) e della Mongolia meridionale (chiamata ai
nostri giorni Mongolia Interna).

3. E’ falso sostenere, come fa Vattimo, che la Cina costituisce oggi un paese effettivamente
multietnico e multiculturale. E’ vero invece che storicamente Pechino usa assoggettare le
etnie confinanti, schiacciandole militarmente per poi utilizzarle, dopo un processo di
sinizzazione forzata, come “aree cuscinetto” a difesa dei propri confini contro le potenze
avversarie (era già accaduto rispetto alla Russia zarista a Nord, e all’impero britannico a
Sud). La stessa politica è stata mantenuta, addirittura accentuandosi, dopo la
proclamazione della Repubblica Popolare. E’ quindi del tutto fuori luogo paragonare
queste situazioni a quelle della Catalogna, della Scozia o della Corsica (per non parlare del
lombardo-veneto) come l’appello propone.

4. Vattimo sembra ignorare che in Tibet non è mai esistito un regime feudale caratterizzato
dal “servaggio di massa” né che il Dalai Lama è mai stato considerato un cosiddetto “dio-
re” dal proprio popolo (per quel che questa locuzione significa in Occidente; nel Tibet
buddista, e dunque non teista, l’espressione non ha senso alcuno). E’ fuori di dubbio che il
Tibet pre-invasione cinese, come documentano le analisi di autorevoli studiosi, abbia
avuto forme arcaiche di governo, certamente non democratiche secondo l’accezione post-
rivoluzione francese che ci è propria. Non di meno, non si possono applicare tout-court
all’antico Tibet le categorie del feudalesimo occidentale. Il Dalai Lama, a sua volta,
rappresenta dal XV secolo il simbolo stesso dell’identità del popolo tibetano, dei suoi
sentimenti più profondi e della sua unità. E’ opportuno ricordare, tra l’altro, che il Dalai
Lama è stato insignito del Premio Nobel per la Pace nel 1989.
Quella che Vattimo propone è dunque la lettura superficiale di chi, sulla base di una
visione eurocentrica, vuole ignorare le radici di una società in cui l’arte, la musica, il teatro
ma anche, ad esempio, la medicina erano praticati e salvaguardati all’interno dei
monasteri, vera istituzione cardine dell’antica società del Tibet in cui transitava almeno un
quinto dell’intera popolazione maschile. L’esiguità del numero di abitanti del Tetto del
Mondo (sei milioni di persone) diffusi all’interno di un territorio sterminato, più di due
milioni e mezzo di chilometri quadrati, consentiva un equilibrio ideale tra risorse naturali
e vita sociale nonostante l’arcaicità delle forme di governo e l’arretratezza tecnica. Un
equilibrio, va sottolineato, assai raro nelle regioni asiatiche circostanti dell’epoca. Questo
non significa, ovviamente, idealizzare il Tibet pre-invasione, certamente ricco di gerarchie
sociali e di diseguaglianze. Non di meno, non si può neppure utlizzare quelle strutture
arcaiche per giustificare la “generosa” invasione cinese, causa di un milione e
duecentomila tibetani uccisi nell’arco di cinquant’anni per motivi direttamente o
indirettamente connessi alla presenza militare cinese (oltre ai tibetani eliminati perché
oppositori vanno ricordate le immani carestie, legate all’invasione, che hanno devastato la
popolazione autoctona). Oggi non esiste famiglia tibetana che non conti al proprio interno
almeno un congiunto ucciso per questi motivi.

5. Per suffragare la tesi del paese teocratico “liberato” dal giogo feudale non a caso
Vattimo non spende parola per ricordare le istituzioni democratiche che i profughi tibetani
hanno saputo creare in India in questi ultimi decenni, nonostante le enormi difficoltà
materiali e l’isolamento internazionale in cui si sono venuti a trovare: un parlamento
democraticamente eletto, un governo e un sistema giudiziario, una scuola di base e un
sistema sanitario funzionante. Si può verificare il tutto di persona visitando Dharamsala,
nel Nord dell’India, sede del governo tibetano in esilio. Né nel governo né nel parlamento
il Dalai Lama ha cariche direttive.

6. Colpisce infine, nell’appello di Vattimo, la difesa anacronistica forse dell’ultimo dominio
coloniale rimasto nel pianeta. Un dominio che non solo ha reso i tibetani (insieme ad
esempio agli uiguri o ai mongoli) una minoranza nel proprio paese a causa
dell’immigrazione forzata di coloni han; ma che li sottopone ad un vero e proprio, feroce
regime di apartheid, questo sì razzista e omicida. D'altronde, cosa aspettarsi da chi difende
e foraggia i generali che governano la Birmania, da un sistema che in cambio di petrolio
arma e copre chi sta sterminando gli abitanti del Darfour?


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