asia
23 Aprile 2008

Recensione di "Paesaggio con fratello rotto"

Scritto da Mariangela Gualtieri per la regia di Cesare Ronconi

 

Abbiamo l’arte per non perire dinanzi alla verità.
Friedrich Nietzsche



Teatro Valdoca
Paesaggio con fratello rotto - trilogia
Mariangela Gualtieri e Cesare Ronconi
un dvd e un libro di 140 pagine 
[1]
Sossella editore
€16,00


Le parole che restano sono quelle di autori che hanno saputo catturare l’anima del loro tempo e vestirla di quello che Kant chiamava “il sublime”: parole nate da un magma che brucia in ognuno, ma che nessuno, se non il poeta, sa trarre dal profondo e presentare ai sensi propri e degli altri uomini, dandogli la forma e il respiro dell’Arte; nel fare questo, l’artista svela ai suoi simili qualcosa davanti al quale essi sono soliti fuggire... Tutto ciò ha dell’inspiegabile, e ha fatto riflettere pensatori più o meno eminenti di tutte le epoche e in tutte le parti del globo; noi ci accontenteremo di indicare un esempio contemporaneo di poesia autentica, di arte vera, nei versi di Mariangela Gualtieri e nella regia teatrale di Cesare Ronconi.

Paesaggio con fratello rotto è il titolo di uno spettacolo teatrale, di una trilogia che ha il corpo e la voce del Teatro Valdoca (compagnia fondata nel 1983 da Ronconi e Gualtieri, fra le più attive e originali dell’attuale scena italiana): corpi e voci di animali e di uomini, ma anche di esseri a metà fra l’uomo e il cane, fra la donna e l’uccello; corpi nudi, vestiti di vernice, idealmente straziati, macellati, o sorretti da altri corpi, messi in salvo, liberati. E voci impedite, non articolate, urla e pianti di esseri spaventati e pieni di dolore, ma anche parole che aprono, che chiedono, voci sopravvissute e meravigliate, come di bambini in cerca, come di occhi svuotati ma ritrovati. Il suono – essendo fisicità e al contempo espressione dell’inviolabile – è interprete anch’esso, personaggio a metà strada fra carne e parola: colpi secchi, metallici, timpani infuriati; archi che arrivano a illuminare una scena talvolta torbida, ma che non concludono, non spazzano via la sofferenza, bensì solo la sospendono, ne annunciano il fondo luminoso. E l’organo a ricordarci che il mattatoio, misteriosamente, è anche cattedrale; che mondo e interiorità si spalancano su un unico palcoscenico.

Stringe lo stomaco e incendia il cuore questa trilogia (Fango che diventa luce, Canto di ferro, A chi esita) che è un’unica, grande domanda dell’uomo a se stesso, in un’epoca in cui questi non sa più interrogare le proprie viscere. C’è lo strazio dell’aver perso l’umano, del ritrovarsi tanto lontani dalla forza che ancora abita l’animale da doverlo uccidere per non sentirsene minacciati, per costringere un dio qualunque a intervenire, e finalmente a mostrarsi; c’è il dolore cieco di un non capire senza rotta, senza un valore che lo strappi alla morsa del cinismo. E c’è l’assurdo, che è protagonista del Paesaggio come del secolo da cui noi tutti veniamo e che ancora dura: l’assurdo di una condizione incomprensibile, e tanto più dolorosa non perché orfana di un dio, ma perché incapace, ormai, di riconoscere il sacro che palpita nel suo stesso cuore.

Paesaggio con fratello rotto è tutto ciò che vediamo se ci guardiamo dentro: così in Fango che diventa luce siamo il macellaio, il “figlio più malato” di una madre solo evocata, il “figlio peggiore” perché ‘risolve’ col sangue il suo sentirsi staccato dal “resto [che] ride”, il suo sentirsi “la macchia/sul quadro perfetto”; siamo l’oracolo, che si chiede cosa sia il dolore che sente, dolore misterioso perché senza apparente ragione, e che non può scalfire l’anima perché “l’anima non piange mai. Non teme./Non può mai perdere nulla – né guadagna”.

“Chi piange allora?/[…]/E perché è triste di non sa cosa?”. La poesia della Gualtieri sa pensare restando poesia, senza cioè mai mutarsi in una sorta di brutta filosofia dal volto di biacca: anche in questo sta la sua forza ‘etica’, che in Canto di ferro svela lo spettatore a se stesso in quanto “creatura strana/anima zoppa – sempre”, ma anche, nello stesso Canto, come voce che ammonisce: “ma tu non credere a chi dipinge l’umano/come una bestia zoppa e questo mondo/come una palla alla fine”. Non si tratta di una contraddizione, semmai del venire alla luce di una sapienza che ci abita, a cui non riconosciamo la dignità di una guida perché nessuno ci ha educato ad ascoltarla, a riconoscere in lei la voce del vero a parità di qualunque dio, a prescindere da qualunque ideologia.

La regia di Ronconi e la poesia della Gualtieri non danno consolazioni, perché noi non ne abbiamo bisogno: il palcoscenico continua a offrire lo scenario desolato di un mondo esterno che gronda di sangue e di un interno in preda alla disperazione; tuttavia sia l’interno che l’esterno sono intrisi di pietà, di domande, di esortazioni: non in nome di un credo religioso o politico, ma per la semplice evidenza che “qualcosa dentro noi rimane intatto/qualcosa ride anche nella sventura/qualcosa è certo che la nostra misura/non è un referto d’anatomia”.

“C’è qualcosa in me/più vecchio di me./[…]/C’è in me qualcosa/che somiglia somiglia/al fondo di ogni cosa”: per questo i siamesi di A chi esita possono raccontarci l’“identico fondale/lo stesso impasto, lo stesso pane/che ci affratella”. Essi guardano e parlano dal luogo in cui “io sono/due volte io”: il luogo in cui il mistero è anche la forza che ci permette di esplorarlo.

di Linda Altomonte
Centro studi ASIA



Note:
[1] DVD dello spettacolo con sottotitoli in inglese e francese e libro di 140 pagine, anch’esso completo di traduzione a fronte.


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