asia
01 Aprile 2008

Il ginepraio tibetano

Speciale Tibet

Il ginepraio tibetano
di Erberto Lo Bue

Dal VII secolo a oggi i tibetani hanno percepito la Cina alternativamente come antagonista o protettrice, ma la convivenza è sempre stata difficile, talvolta tragica, per gli errori delle classi dirigenti.

La rivolta tibetana in corso è un po' diversa da quella del 1989 e coinvolge ampi strati della popolazione laica. Non è interpretabile come un evento orchestrato dal governo del Dalai Lama e impone una riflessione storica. Dal VII sec. d.C. a oggi i tibetani hanno percepito la Cina alternativamente come paese antagonista o protettore. In epoca monarchica i tibetani si scontrarono con i cinesi per il controllo della Via della Seta e i trattati di pace fra i due paesi furono suggellati da matrimoni di sovrani tibetani con principesse cinesi, due delle quali svolsero un ruolo importante nella prima diffusione del buddhismo in Tibet. L'interesse tibetano per altri aspetti della cultura cinese - astrologia, geomanzia, medicina, abbigliamento e anche cucina, per citarne alcuni - risale a quel periodo. A partire dall'VIII sec., tuttavia, il principale punto di riferimento culturale dei tibetani divenne l'India, dalla quale avevano derivato la scrittura e in cui riconobbero l'origine della religione da essi adottata, e da cui ereditarono anche parte delle loro conoscenze mediche e astrologiche attraverso la traduzione di migliaia di testi buddhisti dal sanscrito in tibetano.

L'obelisco di Lhasa 
Il riconoscimento reciproco di Tibet e Cina fu suggellato nell'821/822 dal trattato di pace inciso su un obelisco collocato di fronte al tempio del Giokhàn, a Lhasa, che recita fra l'altro: «...Sia il Tibet sia la Cina manterranno il territorio e le frontiere di cui sono attualmente in possesso. Poiché l'intera regione a oriente è il paese della grande Cina e l'intera regione a occidente è sicuramente il paese del grande Tibet, da nessun lato di questa frontiera ci saranno guerre, invasioni ostili, conquiste territoriali...». A partire dall'XI sec. cominciarono a costituirsi diversi ordini religiosi tibetani, spesso rivali fra loro, e nuovi regni, nessuno dei quali ebbe però la capacità di riunificare il paese. Monasteri e sovrani tibetani adottarono la strategia di farsi appoggiare da tribù mongole rivali fra loro o dagli imperatori della Cina contro i loro rivali tibetani, e nel XIII sec. si sottomisero alla dinastia mongola che avrebbe governato la Cina con il nome di Yuan. Nel XVII sec. l'ordine religioso capeggiato dai Dalai Lama riuscì a imporre il suo dominio su tutto il Tibet grazie all'appoggio mongolo e all'istituzione di un sistema ierocratico. Dopo il crollo della dinastia mancese - che nel 1720 aveva ridotto il Tibet a protettorato - l'aristocrazia tibetana cominciò a dimostrare interesse per l'Occidente, ma il clero si oppose a ogni apertura e nel 1923 fece chiudere la scuola inglese di Gyantsé, accusata di insegnare dottrine - le scienze - non conformi alla tradizione. Alla fine del 1949 l'Esercito popolare di liberazione iniziò l'occupazione del paese; le operazioni militari si conclusero nel marzo del 1959 con la repressione della rivolta di Lhasa, seguita dalla fuga in India e Nepal di un centinaio di migliaio di persone appartenenti a tutte le classi sociali. A quella «liberazione» seguì la Grande rivoluzione culturale proletaria, con la distruzione della quasi totalità dei monasteri e castelli, il divieto di professare la religione e la collettivizzazione forzata. Gli atti vandalici perpetrati dalle Guardie rosse nel Giokhàn di Lhasa il 26 agosto 1966 segnano convenzionalmente l'inizio della Rivoluzione culturale in Tibet, ma le testimonianze fornite dai monaci indicano che le distruzioni erano iniziate in precedenza. L'espressione occidentale «genocidio culturale» potrebbe applicarsi bene a quel periodo, non a quello attuale. La resistenza tibetana all'occupazione cinese iniziò nel Tibet orientale, ma nel 1958 vari raggruppamenti di guerriglieri si riunirono sotto un solo comando con sede nel Tibet meridionale. La Cia iniziò ad appoggiare la guerriglia tibetana, che cessò nel 1974 con lo smantellamento delle ultime basi nel Mustang, in territorio nepalese. Dopo la caduta della Banda dei Quattro la resistenza fu condotta pacificamente soprattutto da religiosi appartenenti all'ordine del Dalai Lama. La liberalizzazione del Tibet iniziò nel maggio del 1980, dopo la visita del segretario del Partito comunista cinese nella Regione Autonoma del Tibet e la successiva rimozione del segretario del Partito comunista tibetano. Da quel momento i tibetani poterono nuovamente professare la loro religione e anche studiare la loro lingua. Dall'inizio degli anni Ottanta sono stati pubblicati numerosi testi tradizionali d'argomento religioso, storico, medico, astrologico e grammaticale, ai quali si aggiungono dizionari, riviste e anche un quotidiano, tutti in lingua tibetana. La scrittura tibetana appare sulle banconote della Repubblica popolare, mentre le scritte e i cartelli in Tibet sono generalmente bilingui. Queste concessioni non hanno però significato piena libertà di parola, di stampa e di associazione. La maggior parte della gente evita di esprimere le proprie idee politiche e tace completamente su certi temi. Le contestazioni sui luoghi di lavoro e le rivolte nei monasteri vengono pacificate mediante l'invio di funzionari di partito, che costringono i rivoltosi al dialogo e alla discussione. In questo genere di incontri alcuni tibetani hanno trovato il coraggio di accusare la Cina di «imperialismo», esponendosi tuttavia a loro volta all'accusa di «separatismo», con cui viene tacciata qualunque opposizione all'occupazione cinese: per la maggior parte dei cinesi, del tutto indipendentemente dal loro credo politico, il Tibet è inseparabile dalla Cina, anche se viene percepito come un luogo esotico e spirituale, proprio come nell'immaginario occidentale, che sul Paese delle Nevi continua a proiettare le proprie fantasie, senza aiutare i tibetani a maturare culturalmente e politicamente. Questa percezione è legata al fatto che due dinastie, gli Yuan e i Qing, sottomisero effettivamente il Tibet; ma ambedue erano straniere e conquistarono la stessa Cina. Tale unità non viene comunque percepita dai tibetani, che occupano un territorio con caratteristiche etno-linguistiche, culturali, religiose, economiche e sociali del tutto particolari.

Nuova ricchezza, vecchi rancori 
I tibetani contribuiscono oggi alla creazione di una nuova ricchezza e beneficiano su larga scala di innovazioni inimmaginabili prima del 1959: scuole, ospedali (anche di medicina tradizionale), strade carrozzabili, veicoli e macchinari a motore, energia elettrica, telegrafo, telefono, radio, televisione e perfino gabinetti pubblici si trovano ormai in tutte le città. Queste ultime sono state tuttavia fortemente sinizzate in seguito all'arrivo di diecine di migliaia di immigrati cinesi, percepiti dai tibetani come stranieri anche perché incapaci di parlare tibetano: eccetto coloro che beneficiano dell'attuale assetto politico, i tibetani non nutrono simpatia per i cinesi. Le autorità cinesi hanno tentato di coinvolgere i tibetani nell'amministrazione e nella trasformazione dell'economia del paese, investendo in Tibet ingenti capitali. Tuttavia i loro sforzi per conquistarsi il cuore dei tibetani non hanno conseguito il risultato politico sperato. La popolazione continua a considerare i cinesi come occupanti stranieri, e a loro volta i cinesi non capiscono e giudicano ingrato l'atteggiamento dei tibetani. La Cina riesce così a mantenere il controllo del Tibet soltanto grazie all'apparato del partito e alla massiccia presenza del suo esercito. L'invasione militare cinese - bollata da un marxista quale Bordiga come manifestazione di «conformismo nazionalcomunista» -, la distruzione della maggior parte del patrimonio culturale tibetano ad opera delle Guardie rosse e la colonizzazione cinese hanno rappresentato tre gravi errori politici difficilmente rimediabili, che hanno provocato la nascita di un moderno nazionalismo tibetano e non sono riusciti a cancellare la fede buddhista con cui tibetani si identificano da un millennio. Agli errori della classe dirigente cinese si aggiungono quelli della classe dominante tibetana, che non si mise in discussione, ma fino alla metà del secolo scorso gestì il paese come avrebbe potuto fare nel XIII sec. e non preparò il paese ai grandi cambiamenti. Così i tibetani si trovarono del tutto impreparati di fronte all'occupazione cinese. Sino a oggi il governo di Pechino è riuscito a fare amministrare il Tibet da tibetani iscritti al partito e obbedienti a pochi alti funzionari cinesi, ma non rappresentativi della maggioranza della popolazione tibetana. Dal 1959 esistono così diverse realtà tibetane, sia in Tibet sia nella frammentata diaspora tibetana, che fa capo a un governo democraticamente eletto, in India. I tibetani della diaspora si sono occidentalizzati, anche se la loro cultura è controllata dal clero, che prospera grazie anche a un forte sostegno occidentale. L'incapacità della diaspora tibetana di rinnovarsi culturalmente in senso davvero laico è dimostrata dall'assenza di un'università che faccia da contrappeso all'Università del Tibet, la quale da anni collabora con università europee e statunitensi anche attraverso lo scambio di studenti. La mancata formazione di una classe politica tibetana veramente rappresentativa, buddhista ma laica, ha ridotto le possibilità di dialogo con le autorità di Pechino, prive di interlocutori seri e carismatici, fatta eccezione per il Dalai Lama, che fortunatamente è un pacifista sincero: non chiede l'indipendenza del Tibet, ma ne auspica una vera autonomia, condanna qualunque violenza, anche quelle di parte tibetana, e non vuole che gli attuali scontri diventino un pretesto per mettere in crisi i giochi olimpici, che anche nelle intenzioni del loro ideatore non debbono diventare un'arena politica. Al di là di questo, tibetani e cinesi sembrano condannati a una difficile convivenza dai gravi errori politici commessi dalle loro rispettive classi dirigenti.


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