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02 Febbraio 2008

Appunti di "Etica e Mistica"...

tratti dal seminario condotto da Luigi Perissinotto

Argomento: Filosofia

Prendendo spunto da un seminario di Luigi Perissinotto, "Etica e mistica in Ludwig Wittgenstein", affronterò i due punti fondamentali che il professore ha tentato di chiarirci:
I. Lo stato dell'arte su Wittgenstein.
II. L'annosa questione su quanti Wittgenstein esistano (nel senso di quanti tipi di pensiero abbia effettivamente sviluppato).

Possiamo partire dal fare una distinzione tra due tipi di definizioni, quelle nominali (o stipulazioni), in cui c'è un accordo, e le definizioni essenziali, in cui ci occupiamo dell'essenza della cosa. Ad esempio, Kant dice: l'esistenza non è una proprietà, ma una posizione. Ciò che esiste è una sorta di gancio a cui appendere una proprietà.

Parliamo dell'ontologia: Oggi va molto di moda, ed è essenzialmente il tentativo di rispondere alla domanda: "Che cosa c'è?".
Si tratta di fare il catalogo di tutto ciò che c'è. La metafisica si occupa, invece, della domanda: "Che cos'è ciò che esiste?".
Potremmo dire che l'ontologia viene prima della metafisica, in quanto prima di chiedermi cos'è ciò che c'è devo occuparmi di vedere cosa c'è.
Tuttavia, studiosi attuali come Achille Varzi sostengono che si può benissimo dire che cosa c'è ancor prima di stabilire che cos'è ciò che c'è. Da questa affermazione posso sostenere che l'esistenza non è una proprietà.
Ad esempio, posso farmi la seguente domanda: posso dire se ci siano o no i calamai? Sembra di sì: li vedo in giro e nei negozi. Ma io sto vedendo un uso, una qualità. L'esistenza non è una proprietà in quanto se c'è qualcosa, posso dire che c'è perché posso parlare, anche solo approssimativamente, delle sue qualità.
Wittgenstein dice: «Il mondo è tutto ciò che accade».

Se facciamo un passo indietro, vediamo che nell'interpretazione storica di Wittgenstein c'è un punto fisso: Egli era considerato un neo-positivista (neo-empirista) e veniva considerato membro del Circolo di Vienna. Che cosa vuol dire essere un neopositivista? Tre cose:

I. Adottare il principio di verificazione.
II. Rifiutare la nozione kantiana di sintetico a priori.
III. Che la metafisica non è falsa o inutile, ma insensata.

In più si sapeva che i neopositivisti si riunivano regolarmente per discutere il Tractatus di Wittgenstein, e che tutti loro nelle loro scritture inserivano Wittgenstein tra i filosofi che li avevano maggiormente influenzati.

Quello che possiamo dire oggi, tuttavia, è che Wittgenstein non accetta o comunque non si interessa al principio di verificazione, che recupera la nozione kantiana di sintetico a priori e, infine, che condivide il fatto che la metafisica sia insensata, ma per ragioni diametralmente opposte a quelle dei neo-positivisti.

Un altro fatto molto interessante è questo: uno studioso aveva iniziato a scrivere nei suoi saggi "Wittgenstein 1" e "Wittgenstein 2", per distinguere il pensiero del W. del Tractatus da quello delle pubblicazioni postume. Ma questo salto non c'è: dobbiamo imputarlo ad una mancanza di scritti disponibili tra la prima pubblicazione del Tractatus, quando W. aveva appena 27 anni, e la pubblicazione delle ricerche filosofiche, dopo la sua morte. I due testi appaiono molto diversi: quelle frasi brevi e intense come "il mondo è tutto ciò che appare" non ci sono più. Abbiamo un filosofo che si sembra essersi rimangiato tutti i contenuti della sua prima opera. Nella prefazione alle Ricerche Filosofiche dice che il libro va preso «sullo sfondo e in contrasto» del suo primo libro. Invece sembra esserci solo un contrasto.
Oggi sappiamo che il Tractatus è pieno di riferimenti alle Ricerche Filosofiche e che tra i due lavori c'è una continuità di pensiero e di ricerca.

La terza posizione era che il Tractatus si componesse in due parti ben distinte: una parte logico-ontologica e una sull'etica, la mistica e l'anima. Ciò che pareva interessante al neopositivismo era la prima parte, la seconda parte meno; spesso si riteneva la parte sull'etica una sorta di "emotivismo". Non si capiva perché Wittgenstein le avesse mai messe assieme.

Nella proposizione 6.54, egli afferma che le sue proposizioni sono come una scala che va gettata via una volta che sia stata usata.
Ramsey, il primo traduttore in inglese, si domanda che senso abbia fare la distinzione tra non sensi. Egli giustifica tale affermazione col fatto che Wittgenstein amava i paradossi. Era come se in Wittgenstein ci fossero due aspetti, quello serio e filosofico e quello che tratta dell'etica in modo paradossale.

Un'altra interpretazione di Wittgenstein è quella data da Massimo Cacciari in un suo libro, Crisis, in cui c'è l'idea di un W. testimone della crisi della parola.
Un'altra variazione sul tema era: Costruiamo senza credere che ciò che diciamo serva a qualcos'altro che a questo.

Tornando alla prop. 6.54, essa recita: Le mie proposizioni illustrano così: Colui che mi comprende le riconosce insensate. Il quella frase c'è quel "mi" che, invece di portare a pensare l'opera come un manuale di logica, riporta a considerare che cosa l'autore intendesse con il Tractatus, quale fosse il progetto di fondo.
In un'altra proposizione, la 7, si dice: "Ciò su cui non si può parlare si deve tacere".
Spesso non lo si sa, ma quel dovere nella lingua tedesca è un verbo modale che sta ad intendere una necessità di principio, come ad esempio: Se lascio andare la mela, essa deve cadere a terra.
Non c'è l'ambiguità, come in italiano, in cui posso anche poter intendere che la mela dovrebbe cadere a terra, ma non lo fa.
Quindi nel Tractatus non c'è questa fantomatica crisi della parola. Essa ci sarebbe se mancasse una capacità di espressione. Egli dice: ciò che può essere detto, può essere detto molto chiaramente.

Wittgenstein aveva un modo di filosofare che può essere esemplificato spiegando il suo modo di lavorare: egli scriveva un manoscritto e lo consegnava ad una tipografia per farlo dattiloscrivere. Poi ritagliava il risultato e i foglietti li ricomponeva in un modo molto scrupolosamente studiato. Poi tornava dalla tipografia. Questa operazione poteva ripetersi molte volte.
Questo modo di scrivere fa emergere un profondo sentire: La filosofia non è costruttivo-sistematica. E' come se fosse un mattone che il filosofo soppesa e rivede ogni giorno.
Carnap direbbe, invece, che la filosofia (ma non solo tale disciplina) è come la costruzione di una casa, che va fatta mattone dopo mattone.

Un'ultima interpretazione di Wittgenstein da ricordare è quella di una filosofa americana, Cora Diamond, che dice che la tesi di Ramsey è esatta, ma per il motivo opposto a quello che egli credeva. Il Tractatus è il tentativo di liberarsi della filosofia, intesa come costruzione sistematica di un sapere. Una nota interessante è che ella non parla assolutamente della prima parte del Tractatus, quella riguardante la logica e che copre quasi la totalità del testo.

Infine, viene ricordata un'altra tesi: ciò a cui invita il Tractatus è una filosofia per pochi.
Mentre, ad esempio, la scienza è difficile ma si tratta solo di capirla, per la filosofia è diverso. Wittgenstein stesso dice che le difficoltà nel fare filosofia non sono nell'intelletto, ma nella volontà, nel senso che spesso vediamo ciò che vogliamo vedere.
Anche Platone dice che la filosofia non si può insegnare. E' un'opera di lavorare su se stessi assieme agli altri.

Può esserci un problema di fraintendimento a vedere le cose in questo modo.
Inoltre, il prof. Perissinotto considera la Filosofia come un dare e ricevere ragioni. Se si toglie questo, si può perdere un po' dell'esperienza filosofica.

Per concludere, non pare convincente un new Wittgenstein, come oggigiorno viene chiamata questa nuova lettura del suo lavoro che tende a non considerare il lavoro sull'analisi logica del linguaggio, ossia la prima parte del Tractatus, ma a basarsi solo sugli aspetti etico mistici del filosofo.

di Paolo Ferrante
Redazione Asia.it


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