asia
22 Maggio 2007

Camici frenetici: (veder) morire in ospedale

La scomparsa di un caro è sempre un avvenimento estremamente intenso, e non soltanto perché l’affetto che ci lega al morente ci coinvolge in modo totale in ciò che accade: la morte ci mette di fronte ad un fatto di cui la parte più profonda e sincera di noi non riesce a capacitarsi; non importa da quanto tempo il nostro congiunto fosse malato, non importa che il decesso fosse “previsto”, o che lui/lei abbia finalmente “smesso di soffrire”: l’evento in sè, il “non vivere più” di una persona è un’evidenza tanto spoglia da lasciare inebetito chiunque ci si attardi un istante.

Un forte senso di assurdo nasce dal nucleo stranente del pensiero della morte – dove per “pensiero” intendo il lucido soffermarsi di mente e cuore sull’esperienza presente. Ma l’assurdo può colorarsi di ridicolo e d’inquietante, e diventare grottesco: questo è l’aggettivo con cui mi sento di definire il retropensiero che determina il comportamento di molti (non di tutti, fortunatamente) uomini e donne che lavorano in ospedale. Ora, è vero che il mestiere di medici e infermieri è fra i più difficili e umanamente provanti (il mio compagno è infermiere, non parlo per sentito dire); è vero che c’è ospedale e ospedale; è vero anche che ci sono norme severe e precise cui ci si deve attenere nel caso un paziente deceda. E infatti la mia riflessione è ben lontana dall’essere un atto d’accusa nei confronti di esseri umani che fanno dell’assistenza a chi soffre la principale occupazione della propria vita.

Mia nonna è morta di edema polmonare la mattina del 7 maggio in una camera d’ospedale; da tempo era malata di mieloma, un cancro delle ossa. Nonostante l’età avanzata era stata costretta ad operarsi all’intestino, in parte per il sospetto di una metastasi in quell’area, in parte a causa dei disastrosi effetti delle chemio; si stava riprendendo bene dall’intervento, ma una notte il suo cuore, le cui emozioni lei cercava di calmare da quarant’anni con un betabloccante, ebbe una crisi, e da allora le sue condizioni cominciarono a peggiorare. Per quanto mi riguarda, praticare Yoga, Aikido e Meditazione ad ASIA – seppur da pochi anni – ha significato innanzitutto riconoscere la sacralità di malattia e morte, e inoltre ritrovarmi ad avere strumenti efficacissimi per assistere mia nonna fino alla fine con una centratura altrimenti impossibile.

L’estrema importanza di un valido accompagnamento del morente, riconosciuta ancora oggi nella maggior parte delle culture orientali e, in Occidente, nelle zone in cui il Cristianesimo e/o la cultura popolare sono ancora fortemente radicate, è invece completamente ignorata negli ambienti metropolitani o più fortemente industrializzati, in cui si è definitivamente imposta la concezione dell’essere umano unicamente in quanto materia. Ci si trova cosí a morire in ambienti, come quello ospedaliero, rumorosi, anonimi, frenetici, in cui raramente si ha il tempo e la sensibilità per spostare, trattare, pulire, considerare un corpo umano diversamente da un sacco di carne e umori. Ribadisco che i problemi di sovraffollamento dei reparti, della scarsità di personale ecc... sono sicuramente fattori determinanti, da tenere sempre presente; tuttavia penso sia doveroso, in nome di una cultura che, come la nostra, è nata dal coraggio di domandarsi su se stessa, interrogarsi su certi aspetti della concezione di malattia e morte imperante in questa società. Alcune delle domande che mi sono sorte al capezzale di mia nonna sono le seguenti:

  1. Perché pazienti e familiari vengono perlopiù tenuti all’oscuro della situazione in cui versa il malato? Perché spesso non c’è spazio per un dialogo con i medici che non sia, da parte dei familiari, un timido domandare e spiare le loro sopracciglia dopo la visita? E perché per i medici tale ipotetico dialogo sembra non avere alcuna importanza, e anzi, essi sembrano talvolta fuggirlo?
  2. Perché, quando il paziente rifiuta esplicitamente l’accanimento terapeutico, ci si ostina a propinargli trattamenti curativi e talvolta fastidiosi? Forse che l’unica forma di accanimento terapeutico è l’intubazione?
  3. Perché si è tanto restii a risparmiare il dolore fisico al paziente, anche quando non c’è visibilmente più nulla da fare?
  4. Perché, subito prima o subito dopo il suo ultimo respiro, attorno al morente comincia un’attività frenetica fatta di tubi da togliere, esami da fare, macchinari da spegnere e accendere?
  5. Perché è cosí difficile, per i familiari che lo desiderano, ottenere qualche ora di silenzio e solitudine in cui vegliare il proprio morto, trascorrere con lui in quiete gli istanti che lo allontanano dalla vita? Perché è cosí difficile, per il personale medico, lasciare la famiglia sola con il suo morto? Perché in quegli attimi estremi la presenza sacrosanta dei familiari è vista da medici e infermieri come un sopruso, un fastidio, un ostacolo al loro lavoro, come qualcosa di anormale?
  6. Perché ci si aggrappa con ostinazione al responso di una macchina per scrivere sui documenti ufficiali che il paziente è deceduto? (Il corpo di mia nonna era pieno di liquidi, perciò l’elettrocardiogramma ufficiale presentava anomalie; gliene furono fatti tre, ovviamente tutti con le stesse imperfezioni. Nonostante fosse evidente l’impossibilità di ottenere risultati migliori da quell’esame, gli infermieri decisero di consultarsi col cardiologo sull’opportunità di effettuarne un quarto... Fortunatamente il cardiologo ebbe il buongusto di firmare comunque.).
  7. Perché, in questa parte di mondo, quando un uomo muore diventa una cosa?

Riflettendo su ciò che ho vissuto e che altri mi hanno raccontato, mi rendo conto che nell’Occidente che si dice “sviluppato” si confonde tragicamente la sicurezza con il controllo, la centratura con il distacco professionale, l’abnegazione con un irrispettoso “fare a tutti i costi”; si nasconde la propria paura della nientificazione e della sofferenza dietro la maschera gelida della propria casta, dietro al ritmo frenetico imposto da regole talvolta palesemente obsolete, spesso applicate con diligenza idiota. Tutto questo perché morte e dolore, spogliati di un senso ultimo, hanno assunto nel pensiero comune il volto orribile di un arbitrio della natura, di un tremendo errore, di un’anomalia disgraziatamente legata alla vita, da contrastare sempre e comunque. Da esorcizzare, ma sempre con decenza: siamo un popolo evoluto.

Proprio all’evoluzione pensavo, seguendo la bara d’acciaio verso l’obitorio, fra gli schiamazzi degli infermieri che la spingevano scherzando con gente dall’altra parte della strada. Parole come “sviluppo” e “progresso” suonavano come campane crepate in quell’aria primaverile sorprendentemente dolce; pensavo agli uomini primitivi, le cui cure nei confronti dei morti indicano ai moderni il principio della civiltà, pensavo alle conquiste tecnologiche, agli studi tanto avanzati su malattie incurabili, alle parole di mia nonna, che per i suoi nipoti profetizzava una vita lunghissima e perennemente sana grazie alla scienza. Pensavo a tutto questo e mi chiedevo: a che serve allungare la vita se non se ne considera il valore? Come pretendere di offrire assistenza a un essere vivente senza riconoscere dignità alla sua morte? Che tecnica è quella che si prodiga per negare silenzio e presenza consapevole a un uomo che muore, dietro l’arrogante pretesto di strapparlo a tutti i costi al suo destino?

Cure estremamente invasive e dagli effetti talvolta devastanti, macchinari precisi ma estremamente rumorosi, esami incalzanti e talvolta inutili, sostanze ricostituenti somministrate frettolosamente (perché più che il benessere importa la sua parvenza): tutto questo può salvare una vita, ma anche tormentare una morte; è un grande “sistema betabloccante”, che tenta affannosamente di normalizzare l’intensità suscitata dal fatto inconcepibile che si muore. Dov’è il limite, ammesso che ci si ponga la domanda? Sulla base di quale fondamento cercarlo? Qual è la paura inconfessata che ci impedisce un pensiero lucido – e quindi un’azione lucida – a riguardo?

A mio parere, una cultura che non si interroghi profondamente sulla morte non può che pasticciare con la vita e con la sua fine; il cuore di una simile cultura, messo cosí prepotentemente a tacere, sta già dando segni di cedimento attraverso il buco nero di depressioni, suicidi, rabbia sociale e violenze quotidiane in preoccupante aumento. Per quanto tempo ancora l’unica soluzione tentata sarà quella di zittire il sintomo?

di Linda Altomonte
Centro Studi ASIA


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