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17 Febbraio 2007

Il Vangelo secondo Pilato

Letture consigliate da ASIA

Il Vangelo secondo Pilato

di di Eric-Emmanuel Schmitt, San Paolo Edizioni 2002
Prezzo: € 14.46


Nella sterminata quantità di testi narrativi pubblicati nel corso degli ultimi decenni – quantità che non a torto ha assunto il nome di ‘produzione letteraria’ – non è sempre facile discernere fra i libri che valgono la pena e i libri che no; ancora più difficile, vista la diffusa povertà di pensiero, imbattersi in qualche pagina di autentica letteratura, o almeno di scrittura che oltre ad essere scorrevole sia anche pregna di significato. Può allora essere utile rivolgersi alla filosofia, da sempre fedele compagna della poesia più alta: cercare cioè quei libri che, prima di piangere la mancanza di una risposta, osino formulare le domande più coraggiose sull’Uomo e sulla sua esistenza.

Nonostante la rivisitazione dei Vangeli e del loro significato costituisca da qualche tempo una sorta di costante per cinema e carta stampata, Il Vangelo secondo Pilato presenta l’originalità di essere un libro profondo, in cui pure i personaggi secondari sono allegorie di vizi mentali tipici della nostra epoca (“la confusione fra spirituale e soprannaturale”, il relativismo che sfocia nel cinismo); è anche un testo sofferto: Schmitt stesso (che ha trovato la Fede in modo simile a quello descritto dal suo Jeshua) nell’appendice dell’edizione francese Albin Michel racconta della grande difficoltà, per un credente come lui, di parlare per conto di Gesù.

Il romanzo, dello stesso autore di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano e Milarepa, racconta l’incarnazione di un dubbio radicale in Jeshua, narratore della prima parte, e Ponzio Pilato, che nella seconda descrive al fratello lontano la sua indagine su un corpo che dicono resuscitato. “Chi sono?” è la domanda che Jeshua si pone senza sosta e che lo spinge a ritirarsi nel deserto per trovare una risposta; dopo trentanove giorni di angosciata solitudine, il giovane nazareno chiude gli occhi e sprofonda in se stesso… ciò che troverà in fondo al “pozzo d’amore” gli darà la forza, tre anni più tardi, di affrontare sulla croce il vacillare della sua stessa Fede. Una cosa molto interessante: Jeshua non ha la certezza di aver trovato Dio, e che non sia stato invece Satana ad averlo ingannato; decide comunque di fare “la scommessa di credere in se stesso”, in quell’“essere in me che non sono io, ma che non mi è straniero”, nel “tutto sconosciuto da cui parte ogni conoscenza, un’immensità incomprensibile che rende possibile ogni comprensione…”. Lo attende l’amarezza di constatare che il suo mondo – come il nostro – è più attratto dai miracoli che dalla Verità, “la fatica di dire qualcosa che nessuno vuole sentire, la fatica di parlare ai sordi, la fatica di creare dei sordi parlando”.

Fra i discepoli, Yehudah soltanto crede ciecamente che Jeshua sia il Messia: per questo è l’unico cui Jeshua possa chiedere di tradirlo per salvare la comunità dal linciaggio. Schmitt ribalta il ruolo del traditore di Cristo (versione avvallata recentemente dalla traduzione del cosiddetto Vangelo di Giuda), ma non solo: è uno shock prezioso, una bellissima occasione di riflessione leggere di discepoli pronti a tornare belando alle loro vite dopo la morte del loro Maestro, di una Salomè-Lolita cui (scandalo!) per prima appare il Cristo risorto, di un Giuseppe d’Arimatea invidioso e pieno di rancore. E di un Pilato che sembra rappresentare l’Occidente contemporaneo: arroccato nella testarda difesa della razionalità greco-romana, resa ottusa dalla presunzione di voler spiegare tutto e di tracciare col suo righello i confini fra Bene e Male.

Nella sua tenace ricerca di ciò che è reale al dilà di tutte le apparenze, malgrado la sua visione infantilmente razionalista e manichea, Pilato lascia che gli incredibili eventi della Pasqua di quell’anno e le parole dell’amata sposa Claudia Procula mantengano aperta la sua domanda (“cos’è la verità?”), indagata certo con meno abbandono, ma non meno sofferta di quella di Jeshua: infatti, quale difficoltà più grande – per lui come per noi – di comprendere ed accettare profondamente che “né il piacere né il dispiacere possono costituire i criteri del vero”?

di Linda Altomonte,
Centro Studi ASIA


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