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Franco Bertossa sulla dimensione trascendentale del pensiero.

Cosa significa che il mondo si costituisce insieme con la cognizione?

Chi sia cresciuto nella dominante convinzione che la materia sia alla base di tutto, anche della capacità di sapere e pensare, troverà difficoltà, se non imbarazzo, nel prendere in considerazione una visione diversa.
Provo a proporre un'alternativa che sostiene che il principio del sapere non sia riducibile, ovvero derivabile da attività materiali, neuronali.
Uno dei principi del sapere, che ho citato anche in diversi altri post, è la dimensione trascendentale del pensiero, ossia quella che rende possibile il conoscere stesso. 
Per chiarire: ogni pensiero, anche quello che si costruisse per criticare quel che dico, ne sarebbe costituito.
Questo è il punto da chiarire: il trascendentale rappresenta le condizioni stesse di conoscenza e dunque del sapere.
Dice Kant che tali condizioni "devono essere già presenti" allorché ci si accinga a pensare per conoscere. Sono a priori.
Quale idea si troverebbe all'opposto, a contrastare il trascendentale?
Quella che volesse ridurre il trascendentale stesso a biologia così come emersa nel corso della evoluzione.
Ma anche tale convinzione (tale pensiero) si sviluppa solo dalla nostra capacità di sviluppare conoscenza in base al trascendentale, il quale "deve essere già presente" a priori per la possibilità stessa di avere conoscenza.
Qui si forma un circolo vizioso, che qualcuno definisce virtuoso: la conoscenza a cui siamo pervenuti pare dirci che la conoscenza derivi dall'evoluzione.
Epperò l'evoluzione è un'idea sorta nell'ambito della conoscenza, la quale "deve essere già presente".
Ciò porta alla domanda: può darsi il mondo in sé, dunque evoluzione, 
o il mondo e l'evoluzione sono eventi mentali, idee?
Pensiero limite: anche quella di materia è solo un'idea…
Di che natura è l'esperienza cosciente?
Siamo, in genere, portati a credere che il mondo "sia già lì", già caratterizzato, e che a noi resti solo di scoprirlo.
Dunque la nostra conoscenza si applicherebbe su un mondo reale fuori di noi che avrebbe prodotto anche la possibilità di conoscere il mondo.
Altra versione potrebbe essere che il mondo si costituisca insieme con l'attività cognitiva.
Ciò implicherebbe che non v'è mondo senza attività cognitiva.
Naturalmente questa visione rende perplesso chi è cresciuto nella visione oggettivante, quella per cui il mondo c'è a prescindere dalla mente, visione che domina in occidente da tempi precedenti l'epoca scientifica.
Cosa significa, dunque, che il mondo si costituisce insieme con la cognizione?
Innanzitutto che, precedentemente la cognizione, non ha senso attribuire esistenza ad un mondo "là fuori", esistente oggettivamente e già dotato di caratteristiche che aspettano solo di essere conosciute.
Cosa credere, dunque?
Appunto, soffermiamoci sul credere.
Che credito diamo al fatto di credere (questo o quello)?
Al credere non possiamo che credere totalmente.
O credi di no?
Dunque ti credi totalmente - anzi, assolutamente.
(Insistere: passaggio capitale)
Se invece credi che anche la facoltà del credere sia un prodotto del mondo, ti stai contraddicendo, in quanto credi assolutamente che il credere assoluto (e non può che essere tale) che ora vivi, sia solo frutto di caso e contingenza, dunque relativo.
Credi assolutamente che il credere sia relativo.
Eccoci alla resa dei conti.
Leggi e rileggi, perché il punto non è né banale né semplice da penetrare e sarebbe opportuno anche analizzare ciò che si sente, mentre si riflette.
E, in ultimo, considerare quanto, nella eventuale critica, vi sia di pensiero e quanto di presa di posizione.
Nel qual caso, anche se ti consideri uomo di scienza, sei dogmatico.




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