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10 Marzo 2015

Ecologia e finitezza/6: come riusciamo a "distrarci" dal problema ambientale?

Interdipendenza nelle isole oceaniche ed esperienza della finitezza*

Leggi il quinto capitolo

6. Tra anestesia e nichilismo: metodi per disinnescare la sensibilità alla finitezza


Dobbiamo sviluppare la nostra capacità

di sentire le nostre emozioni e quelle degli altri

di percepire la bellezza del mondo,

e di pensare nel modo giusto.

Pierre Lévi[1]

Abbiamo proposto che la causa delle nostre scelte ambientali rovinose non derivi da eventi spersonalizzati come lo strapotere della tecnica o della finanza; abbiamo piuttosto individuato questa causa in una visione del mondo e di noi stessi ferma all’Illuminismo, tale per cui ci rappresentiamo i fenomeni ecologici come meccanismi oggettivi, isolati, definiti da processi di causa effetto. Ma soprattutto, dal punto di vista dell’esperienza vissuta, la causa delle nostre scelte ambientali distruttive crediamo sia da cercare in una spinta intrinseca a cercare sollievo dalla nostra condizione di finitezza, e dal suo significato di infondatezza.

Ora vogliamo chiederci come riusciamo a ignorare un sentimento così forte.

Ci riusciamo per una anestesia del sentire, che ci rende incapaci di rispecchiare nella nostra sensibilità l’ambiente e gli organismi che ci circondano. Sono i deficit cognitivi ed emotivi che abbiamo visto giocare un ruolo decisivo nelle crisi ecologiche delle isole oceaniche: cecità per i fenomeni lenti, incapacità di cogliere le relazioni, razionalità esasperata, paura del nuovo. L’uomo si de-sensibilizza rispetto alla percezione della precarietà, proiettandosi in una dimensione temporale senza limiti, in un ordine statico e isolato dal mondo vivente, riducendo la capacità di cogliere altre intenzioni che non siano la propria.

È ciò che è accaduto nell’isola di Pasqua[i]: invece di percepire e muoversi in accordo alla fragile trama delle relazioni ecologiche come a Tikopia, gli abitanti hanno pietrificato l’ambiente e se stessi in enormi statue, stabili ed eterne. Che hanno accelerato la fine e riproposto la finitezza. 

Il sentire la finitezza si indebolisce anche dal punto di vista culturale, sottraendogli valore di conoscenza. Si priva il sentire di significato, nella nostra cultura, con diverse strategie: riducendolo a evento neuro-fisiologico finalizzato alla sopravvivenza; oppure relativizzandolo come emotività inaffidabile e irrazionale – si pensi all’infantilizzazione delle istanze ecologiste. Paradossalmente, si indebolisce la sensibilità – come afferma acutamente il filosofo italiano Mario Perniola – anche esponendola[ii], riducendo così il sentire ecologico ad un apparire ben riconoscibile dall’esterno e che tutti possono riprodurre: ad esempio, un eco-romanticismo di repertorio da utopisti che rifiutano la modernità, o un atteggiamento eco-fashion nei consumi. Nell’esporlo, lo si svuota di intensità e lo si controlla.

Ma anche queste strategie non durano a lungo: negare il sentire, come abbiamo visto nel capitolo 4, lo presuppone, perché si tratta di un atto iniziale e senza alternativa.

Ci sono poi altre due strategie più filosofiche, entrambe caratterizzate dal lasciare l’osservatore fuori dal processo che descrive.

Una è adottare una retorica dell’interdipendenza come visione metafisica, una tecnica di cura delle relazioni ambientali e di progettazione basata su reti funzionali[iii]. Si può arrivare a ipotizzare una “armonia relazionale” che tende a occultare l’intrinseca limitazione del mondo vivente e mette da parte la dimensione oscura del sentire la finitezza.

Ma l’interdipendenza è essa stessa un fenomeno inter-dipendente, nel senso che dipende dall’atto cognitivo e senziente che la pone. L’essenziale non è la descrizione di come emergono i fenomeni, ma l’acutezza dello sguardo che la scorre e la sottigliezza del sentire che la penetra. La sensazione di finitezza è creduta perché l’osservatore è dentro il processo di conoscenza e sente la propria finitezza insieme a quella del mondo. Non è un osservatore astratto fuori di essa, come il kosmotheoròs (il contemplatore del cosmo) criticato dal fenomenologo francese Merlau-Ponty[iv].

L’altra strategia è un nichilismo del disimpegno: è una posizione che si rifugia nell’affermazione “tutto è niente e quindi inutile”. Lo fa non per annullarsi, ma proprio al fine di affermarsi, trasformando la sensazione di finitezza nella “mia posizione”, esterna al processo. Tuttavia, l’osservatore è ancora dentro il processo: se davvero si toglie sostanza e fondamento a tutto, non la si può conservare per la propria affermazione! Questa auto-confutazione, come insegna Franco Bertossa[v], appare evidente se possiamo calarci in una prassi di conoscenza – quale è, ad esempio, quella meditativa –, una dimensione non astratta che ci mantenga collegati al sentire pur senza appropriarcene.

Un’ecologia in prima persona – in cui la prima persona sia esistenza situata e concreta – può resistere a queste e altre strategie di negazione della finitezza grazie a specifici “anticorpi”: sono momenti vissuti di instabilità biologico-esistenziale, in cui realizziamo di essere una barchetta fluttuante senza radici, in cui crollano le metafisiche e le retoriche. Momenti che aggrediscono e svuotano le “visioni del mondo” di crescita economica infinita, di controllo sull’ambiente, di individualismo, di armonie, di nichilismo. Di fatto, la finitezza de-potenzia tutte le rappresentazioni del mondo, ne demolisce le connessioni e ci impedisce di abitarle. Non per questo paralizza: piuttosto fa pulizia, riporta al semplice, libera nuove visioni e progetti.

La consapevolezza della finitezza, come vedremo nel prossimo e ultimo capitolo di questo percorso, ha un altro effetto sorprendente: connette le persone in un campo di empatia condiviso e genera protezione reciproca.

Leggi il settimo e ultimo capitolo


[1] P. Lévi, Il fuoco liberatore, Ed. Luca Sossella, Roma, 2000.

[i] J. Diamond, 2005, op.cit.

[ii] Perniola M., Del sentire,Einaudi, 2001.

[iii] Autori di formazione scientifica come Stuart Kaufmann e  Fritjof Capra propongono di ri-sacralizzare la rete di connessioni interdipendente che forma la vita, per contribuire a massimizzare l’auto-organizzazione e la complessità. Nella retorica di questi autori, apprezzabile nello sforzo di proporre un nuovo rapporto con l’ambiente, ci si appella all’attività creatrice intrinseca della natura, che può non prendere la forma di un Dio ma che comunque riempie di reverenza, compassione, gratitudine. Cfr. Kaufmann S., Reinventare il sacro. Scienza ragione e religione, un nuovo approccio, Ed. Codice, 2010; Capra F., La rete della vita, Rizzoli, Milano, 1997.

[iv] M. Merleau-Ponty, La natura, Ed. Cortina, 1996, p.152.

[v] Franco Bertossa, Buddha e Heidegger. La Vacuità e la Differenza, in «A.S.I.A. Antiche e moderne vie all’Illuminazione», n. 19/2002, pag. 1.


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