asia
12 Febbraio 2015

Ecologia e finitezza/4: perché non crediamo ai dati sulla crisi ambientale?

Interdipendenza nelle isole oceaniche ed esperienza della finitezza*

Leggi il terzo capitolo

4. Crisi ecologica: credere ai dati e vivere la sensazione di finitezza


Dobbiamo sviluppare la nostra capacità

di sentire le nostre emozioni e quelle degli altri

di percepire la bellezza del mondo,

e di pensare nel modo giusto.

Pierre Lévii

Da un lato l’interdipendenza in ecologia è un’impostazione concreta ed empirica, che non richiede alcun dogma metafisico; ed è rivoluzionaria perché si focalizza non più su “sostanze” (animali, legno, carbone, sostanze chimiche, impianti produttivi, ecc. che non esistono in modo isolato), ma sui processi, i vincoli reciproci e le relazioni ecologiche.  
D’altra parte, l’interdipendenza viene facilmente intesa come una teoria e diventa una forma di utilitarismo, un pensiero tecnico in terza persona che cerca di quantificare il maggior bene ottenibile per il maggior numero di persone, che cerca di prevedere e minimizzare i danni, e di calcolare cause ed effetti. Certamente decrivere e misurare tutti gli effetti del degrado ecologico è utile ma come ogni tecnica non ha il suo valore in sé, non ci coinvolge. Può andare bene per organizzare nuovi programmi governativi, ma di fatto non è una conoscenza in grado di per sé di motivarci a livello personale.

Conosciamo tutti i dati sul disastro ecologico, allora perché non ci crediamo?
Conoscere può essere solo l’avere accesso ad alcune informazioni, mentre credere è un atto che implica la significatività, il valore di quelle informazioni.

Ciò che trasforma un’informazione in significato è quell’atto iniziale di credere, che Franco Bertossa indica come “trascendentale”[i]. Un atto che è sia cognitivo sia radicato in un sentire. Dobbiamo allora spostare il fuoco della nostra analisi dal capire al sentire, dal concetto di inter-dipendenza alla esistenza situata, concreta e sentita in un corpo.
Il sentire significativo sta ricevendo sempre più attenzione nelle scienze cognitive[ii]. Non è la percezione di un fenomeno esterno attraverso i sensi ma una variazione corporea e pre-verbale, sia essa diffusa o localizzata nel petto, nello stomaco o nella gola. Non ha ancora preso la forma di una reazione emotiva – che categorizziamo e riconosciamo come “la mia emozione” di paura, sorpresa, ansia, ecc.: piuttosto si tratta di un sentire pre-qualificato e pre-riflessivo, un dato immediato fatto di intensità, scosse, ritmi, sapori del corpo. È una percezione intuitiva non di contenuti, ma relativa al valore di ogni contenuto: il sentire fa sì che in un certo evento io sia coinvolto perché ne percepisco la significatività per me, mi riguarda.
Anche se si cerca di indebolire la portata del sentire riducendolo a prodotto neuro-evolutivo, oppure a emotività irrazionale, la sua presenza si afferma in modo indubitabile proprio in questa operazione di negazione: perché nel momento in cui lo neghiamo sentiamo la significatività per noi dell’atto della negazione, e ci crediamo. Sono atti necessari, senza alternativa, che indicano il nostro partecipare al mondo. Attraverso il sentire ci crediamo, non come contenuto (“credo in qualcosa”) ma come atto e spinta iniziale[iii].  Ha il carattere dell’intuizione, è una comprensione a livello corporeo che si può manifestare in varie forme, dal senso di rarefazione alla vampata. È un trasalire iniziale: il mondo inizia con il sentire perché ciascuno vede e dà credito solo ciò che lo colpisce e in base ad esso si muove, sopravvive e cerca di capire. Se non si attiva questa facoltà, quando ci comunicano i dati sulla crisi ecologica o quando capiamo il concetto di interdipendenza non doniamo loro coerenza e significato. Semplicemente, non ci crediamo.

Quale specifico sentire si attiva quando cominciamo a credere davvero ai dati?
Proponiamo che l’elemento mancante per accendere la sensibilità all’instabilità dei fenomeni sia la percezione della finitezza.

Accade quando siamo coinvolti dalle immagini delle nubi di inquinanti sulle grandi città del pianeta; quando percepiamo davvero la fine delle risorse, la fine della possibilità di soddisfare masse di diseredati, la fine dell’equilibrio ambientale; quando realizziamo non solo la fine del futuro, ma anche di un presente che ci si disfa tra le mani. Quando la strada davanti a noi sfuma e si perde.
In questi momenti cade la patina di scontatezza che rende il mondo una risorsa da sfruttare, e gli enti naturali – gli equilibri chimico-fisici, gli animali, le piante, le società, noi stessi – si rivelano fugaci e fuori controllo, degradati e fragili. Appare evidente quanto sono fallimentari i tentativi di dominare i fenomeni naturali (cicloni, flussi migratori, aree protette, ecc.) e anche i particolari fenomeni “umani” – politici, scienziati, imprenditori, consumatori – perché non si possono fissare in sostanze stabili e in rapporti lineari di causa ed effetto.
Ciò che si prova nel sentire la finitezza è il passaggio da una “visione del mondo” distaccata ad una intensità iniziale e anonima, pervasa di irrequietezza.

In biologia questa sensibilità alla finitezza si ritrova in tutti i viventi, con una duplice dinamica.
Infatti a ogni istante l’animale può essere colpito dalla inevitabile instabilità dei fenomeni; nel concreto esso è colpito da un evento perturbante che disfa la sua trama di relazioni – un disastro naturale, un predatore, un errore. Si ritrova sospeso, sgomento, finito. Nuda vita che annaspa senza significati, e spinge.
Ma non c’è solo smarrimento. In questi stessi momenti d’instabilità nasce la spinta a mantenere il proprio mondo in equilibrio dinamico con aggiustamenti costanti, che si manifestano nello stato di continua attenzione e vigilanza degli animali selvatici.

Oppure il vivente è spinto a conoscere, a sviluppare nuovi e più adeguati comportamenti, a costruire mondi maggiormente inter-dipendenti. Mentre sente la finitezza e assorbe le perturbazioni, come afferma il biologo Francisco Varela, il vivente è sospinto a continuare affermare la sua presenza[iv]; per questo l’animale vive attrazione, curiosità, si muove verso il meglio, rende il suo mondo leggibile e costruisce significati[v].

Quindi la co-determinazione non è solo quella mostrata dai precedenti esempi e di natura oggettiva: tra fattori locali e globali, tra terreno, piante e abitanti, tra struttura fisica e organizzazione, come abbiamo sopra mostrato. C’è co-produzione anche nella fenomenologia dell'esperienza di ogni vivente: tra il sentire la finitezza e l’attività di costruire mondi, ovvero reti di relazioni interdipendenti.

Questa esperienza circolare tra il sentire la finitezza e l’agire per arginarla produce quello che in termini heideggeriani si può indicare coml'essere-nel-mondo, l'abitare un’identità familiare e un ambiente. È un equilibrio dinamico fatto di continui aggiustamenti perché gli animali sentono la finitezza e nel contempo operano continuamente per formare una rete di relazioni che fa emergere mondi-identità senza sostanza, ma abitabili.

Nel prossimo capitolo cercheremo di capire come il senso di finitezza agisca in modo speciale nell’uomo, un animale – forse non l’unico – per il quale ha grande importanza non solo il sentire, ma anche la consapevolezza che ne vive.

Leggi il quinto capitolo


[i] F. Bertossa, La meditazione, alle origini del domandare/7, Partire da uno sguardo affacciato sul mondo. Sua articolazione, 2010, in www.asia.it

[ii] C. Petitmengin, Towards the source of thoughts. The gestural and transmodal dimension of lived experience, “Journal of Consciousness Studies”, 14, 54-82, 2007.

[iii] Come insegna Franco Bertossa, questo può essere verificato in prima persona in quel particolare “laboratorio” che è la pratica meditativa. Cfr. F. Bertossa et al., Matrici senza uscita. Circolarità della conoscenza oggettiva e prospettiva buddhista, in Dentro la matrice pp. 117-128, a cura di Cappuccio M., Alboversorio, Milano, 2004.  E cfr. Bertossa, Ferrari, Lo sguardo senz’occhio, Alboversorio, 2005.

[iv] Rudrauf D., Lutz A., Cosmelli D., Lachaux J.-P., Le Van Quyen M., From autopoiesis to neurophenomenology: Francisco’s Varela exploration of the biophysics of being, Biol. Res. 36, 27-65, 2003, p. 42.

[v] Varela F.J., Un know-how per l’etica, Roma-Bari, Laterza, 1992, p. 67.


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