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10 Luglio 2014

Matrici senza uscita/3

Capitolo contenuto nel libro collettaneo "Dentro la matrice. Filosofia, scienza e spiritualità in Matrix", a cura di Cappuccio M., Ed. Alboversorio, Milano 2004, pp. 117-128


Metodi di cognitivismo buddhista

Il metodo di indagine cognitiva sviluppato dalle tradizioni orientali sottolinea il ruolo del corpo come strumento di conoscenza. Può variare in modo considerevole a seconda delle diverse scuole; in quella buddhista si compone di tre elementi intrecciati, già caratterizzati da Francisco Varela e collaboratori per indagini in scienze cognitive[1] e qui modificati:

(1)    una sospensione del pensiero e del giudizio abituali. Per intenderci si tratta di una condizione di attenzione “a mente ferma” simile a quella che si può innescare spontaneamente in occasione di eventi esistenziali come impatti estetici o la perdita di persone care, quando semplicemente “non abbiamo parole”. Il corpo è un supporto essenziale per indurre questo stato: occorre riordinarlo e portarlo a immobilità stabile e prolungata, attraverso rallentamento fisiologico, silenzio interno (shamatha: tranquillo dimorare) e ascolto del respiro in completa presenza mentale (anapanasati);

(2)    una rotazione a 180° dell’attenzione all’interno. Si lascia l’abitudine ad oggettivare che ci tiene prigionieri nella Matrice e ci proietta “là davanti” negli oggetti, materiali o mentali che siano; con un atto di ripiegamento si risale dagli oggetti alla sorgente degli atti primi della coscienza, distinguendo i sottili qualia che ci attraversano. Questa fase sarà descritta nei dettagli nel prossimo paragrafo: nella nostra proposta la rotazione dell’attenzione verso la propria origine si favorisce introducendo elementi autoreferenziali, che conducono alle soglie pre-discorsive dell’esperienza. Questa fase è presente anche nella tradizione meditativa induista, introdotta in un nostro precedente lavoro[2], la quale ha fatto di questo ritorno alla sorgente (atman, drashtar, purusha...) l’obiettivo delle sue metodiche (pratyahara, dharana, dhyana, samadhi). In questa condizione profondamente ricettiva può eventuarsi

(3)    quella visione intuitiva che il buddhismo chiama vipassana: è un momento di rivelazione in cui diveniamo profondamente consapevoli di qualcosa; un capire improvviso pre-razionale che si impone per evidenza e che cercheremo di illustrare e argomentare nei paragrafi successivi (perché la ragione si sottrae per un periodo, ma poi l’analisi deve riprendere). Viene accompagnata da specifiche e significative sensazioni che ancora una volta il corpo ci rivela e amplifica, e che possono andare dalla perplessità allo stupore. Quest’ultima fase manca nelle “scienze dell’esperienza” occidentali come la fenomenologia e l’introspezionismo tradizionali; esse presentano al più le prime due fasi, ma non prevedono l’importanza della disciplina del corpo come accesso ad esse e non riconoscono il valore cognitivo dei qualia associati all’esperienza, prediligendo un’impostazione strettamente analitica.

Ognuna delle fasi suddette deve essere ulteriormente scomposta e ogni passaggio esplicitato, per cui diviene fondamentale l’addestramento. Non è sufficiente un’incursione saltuaria nella coscienza: il metodo di ricerca si acquisisce e si stabilizza con una pratica costante e rigorosa quanto lo è quella dello scienziato o del pensatore sistematico; come nel percorso formativo di questi ultimi, anche nel riassorbimento meditativo è necessaria una guida esperta, una posizione in “seconda persona”[3] capace di fornire indicazioni qualificate e verificabili.

Questa prospettiva di cognitivismo buddhista non necessita di dedizione ai risvolti religiosi e simbolici della tradizione orientale (che in riferimento a The Matrix sono stati ampiamente studiati[4]), ma ai suoi aspetti metodologici e alle verifiche dirette che se ne possono trarre.

Con questa nuovo strumento di indagine proviamo a riprendere il nostro scenario di Matrici senza uscita:  forse finora ci siamo fatti la domanda sbagliata, forse non ha senso cercare di distinguere la realtà dall’apparenza, perché ogni risposta e ogni argomento razionale in merito appare nella Matrice. Allora, come si esce dall’apparire? Non è possibile. Questo è il momento di ruotare il nostro telescopio[5], che fino ad ora ha scrutato i confini esterni della Matrice alla ricerca di un’uscita, e di puntarlo verso quel confine che rinveniamo in direzione opposta: da dove mi accorgo (esperienzialmente) dell’apparire della Matrice, e delle teorie su di essa?

Nei termini del film: chi interpreta il cervello che interpreta segnali elettrici?

Lo sguardo sulla Matrice

Solo per il fatto che ci poniamo questa domanda, la Matrice, il mondo fenomenico in toto, “esterno” o mentale che sia, certamente appare a un interpretante[6] affacciato sul mondo, che qui chiameremo “lo sguardo”: quella pre-condizione che noi siamo, in quanto origine del sapere dell’apparire, sapere che si affaccia sulla Matrice. Per il filosofo di professione sottolineiamo ancora una volta che non si tratta di un argomento trascendentale (che evidenzia le condizioni a priori per cui è possibile l’atto di conoscenza) ma di un argomento esperienziale, da realizzare in pratica.

Come si rivela lo sguardo? Da una situazione nebulosa in cui intuiamo vagamente gli oggetti e l’atto di conoscerli, grazie alle condizioni sperimentali di “mente ferma” possiamo risalire a monte e densificare l’originario star sapendo della Matrice come un luogo preciso[7] e come atti primi irriducibili della coscienza[8], di cui vogliamo qui esaminare la specifica dinamica di successione e di durata. Lo star sapendo si può scomporre in quattro eventi discreti, avvicendantisi con sapori e qualia differenti, ma con regolare ciclicità:

  1. un silente guardare;
  2. un accorgersi;
  3. un domandarsi su ciò di cui ci si è accorti;
  4. un capire.

Quattro tempi regolari come quelli di un motore a scoppio, in genere rapidissimi, ma che è possibile cogliere proprio grazie a un disciplinato rallentamento del ritmo del mentale. Sono comuni a tutte le menti, anche se differenti sono i contenuti di cui ciascuno si accorge e si domanda e diverse sono le risposte a cui giunge. Sono distinguibili attraverso un sapore, un quale (tutti conosciamo il sapore sospeso della domanda coinvolgente, foss’anche “avrò chiuso il gas?”, e quello elettrico dell’irruzione della risposta ad un problema, “eureka!”), ma anche da tempi più o meno estesi. Il silenzioso guardare dall’apertura è infatti uno stato di contemplazione senza oggetti specifici, che può durare molto a lungo; allo stesso modo la domanda, quando non trova risposta, continua a librarsi sospesa e a perdurare, magari cangiante ma sempre interrogante. L’accorgersi ha invece un carattere istantaneo: improvvisamente la nostra attenzione collassa su un punto particolare e diventiamo coscienti di qualcosa (girando lo sguardo per la stanza, all’improvviso risalta una macchia di colore; o, quando proprio non ce l’aspettiamo, un’idea, un’immagine ci saltano alla mente autonomamente). Anche il capire è puntuale: dopo la sospensione della domanda in un solo momento irrompe la risposta, la soluzione; anche se poi è necessario ripetere centinaia di altri giri di questi Quattro Tempi della Coscienza (QTC) per esplicitare e formalizzare ciò che abbiamo intuito.

Riportando l’esperienza cosciente a questo sguardo non ulteriormente riducibile che pulsa nei modi dei quattro atti originari (lo sguardo è aperto, nota, interroga, risponde) ci siamo portati non solo oltre il limite della scienza e del linguaggio (che conoscono attraverso i sensi e i concetti oggettivi), ma anche al limite estremo dell’esperienza soggettiva, perché ognuno di questi atti è autoriferito, si conosce essendosi.

È possibile intensificare e “raddoppiare” la nostra presenza e accorgerci di accorgerci, domandarci cosa sia una domanda (e assaporarla), capire che c’è il capire. Quando la struttura QTC accoglie come contenuto solo se stessa, avviene il raddoppio nell’autoreferenza e diviene possibile la conoscenza medesimale: mi conosco perché mi sono. Conoscenza che non lascia indifferenti: se la si intuisce, è un sussulto che mostra il limite della conoscenza transitiva e oggettivante (quella scientifica, per esempio) e, in una vertigine che sa di verità, svela il misterioso sguardo che ci abita, alla cui affascinante intuizione mirano le vie sapienziali dell’Oriente.

Indicare il limite della conoscenza transitiva non significa negare l’oggettività del mondo, ma solo mostrare che l’oggettivismo è incompleto perché non rileva le condizioni precedenti ogni interpretazione del mondo.

Ma come sapere che tutto questo non è un’altra illusione? In fondo, se cogliamo i QTC, essi sono dentro la Matrice e quindi potrebbero essere altre interpretazioni...

Nella prossima puntata, i QTC "dall'interno".

Leggi la prima parte del saggio

Leggi la seconda parte del saggio



[1] Depraz, Varela, Vermersch, 2003.

[2] Bertossa, Ferrari, 2002, pp. 24-48.

[3] Varela, Shear, 1999, pp.7-10.

[4] Flannery-Dailey, Wagner, 2003.

[5] Bertossa, 2001. 

[6] Dobbiamo a Carlo Sini (comunicazione personale) il termine interpretante da noi usato in questo contesto.

[7] Bertossa, Besa, Ferrari, Point Zero: the “seat” of consciousness.

[8]  Bertossa, Ferrari, 2002, pp.38-40.


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