asia
17 Febbraio 2012

Scienza e informazione: lettera aperta a "La Repubblica"

Gentilissimi di Repubblica,

siamo due lettrici che ritengono necessario scriverVi in merito ad un articolo di Elena Dusi da Voi pubblicato pochi giorni fa, dal titolo "L'amicizia è come una droga - la scoperta grazie a Facebook"; dell'articolo non abbiamo apprezzato alcuni aspetti, che qui di seguito cercheremo di argomentare.

Un primo punto riguarda la precisione con la quale viene divulgata la notizia, che a nostro parere è decisamente scarsa, tanto che ci si chiede fino a che punto l'interpretazione della giornalista abbia il diritto di modificare la realtà delle cose.

Da un lato è molto interessante domandarsi perché ci sia il bisogno di modificare la realtà, d'altra parte è piuttosto seccante che un articolo scientifico venga travisato e infarcito di dettagli inventati, facendo così circolare false notizie. E che questo succeda anche su Repubblica è abbastanza triste.

L'articolo citato dall'autrice è "The Brain Opioid Theory of Social Attachment: A Review of the Evidence", di Anna Machin e Robin Dunbar, ed è stato pubblicato online nell'ultimo numero della rivista scientifica Behavior.

Innanzitutto, così come si può leggere dal titolo qui riportato, l'articolo in questione è una review, pertanto gli autori non hanno svolto alcun esperimento in prima persona, ma si sono limitati (essendo questo il ruolo delle reviews) a mettere insieme i vari risultati ottenuti in studi di diverso genere svolti in passato, a fare qualche deduzione e a suggerire l'importanza di potenziali altri studi in materia. Quindi non è proprio possibile definire "scoperta" le informazioni contenute nell'articolo.

Un'altra cosa curiosa è la comparsa di FaceBook nell'articolo pubblicato da Repubblica. Nonostante venga utilizzata la parola "social network", Machin e Dunbar non citano Facebook nemmeno una volta in tutto l'articolo, né forniscono numeri per quanto riguarda il presunto tetto massimo di amicizie "tollerabili" dalle nostre basi neurochimiche.

Come possiamo ben notare, anche senza soffermarci a discutere su dettagli come l'arbitraria definizione di amicizia in quanto emozione, già dal titolo sono presenti errori così eclatanti da far quasi venire il dubbio che la review sia stata effettivamente letta nella sua interezza, cosa auspicabile se si vuole riportare una qualsiasi notizia, e obbligatoria nel momento in cui si diffonde un'informazione le cui implicazioni sono considerevoli.

A questo punto sembra chiaro che i risultati degli esperimenti citati e le ipotesi formulate dai ricercatori, abbiano portato ad una conclusione tirata con eccessiva nonchalance dalla giornalista di Repubblica, la quale afferma l'esistenza di un neurotrasmettitore da cui dipenderebbe la nostra attitudine all'amicizia.

Nonostante le varie supposizioni e ipotesi che i ricercatori propongono, infatti, pare proprio che non solo non sia così semplice poter trarre conclusioni, ma che sia addirittura molto difficile condurre esperimenti in merito. Loro stessi lo sottolineano parlando dell'impossibilità etica di produrre alterazioni a livello dei neurotrasmettitori degli oppioidi, in quanto si rischierebbe di indurre una dipendenza nei partecipanti alle ricerche.

Inoltre, proprio alla fine dell'articolo, gli studiosi avvertono anche che, considerando la complessità dei meccanismi neuro-chimici, sarebbe meglio condurre esperimenti in cui, oltre a manipolare uno specifico neurotrasmettitore, si possano controllare simultaneamente anche tutti gli altri possibili implicati, come quelli del sistema neuroendocrino.

Infine, i due antropologi concludono che il loro scopo era solo quello di puntare l'attenzione sul fatto che, a loro avviso, ci sono sufficienti evidenze sul sistema oppioide endogeno da sostenere l'importanza di effettuare altri studi in materia, in congiunzione col sistema neuroendocrino.

Appare, quindi, proprio poco probabile che si possa affermare l'esistenza di uno specifico neurotrasmettitore per l'amicizia.

Per concludere, ci sembra opportuno proporre una riflessione sulle motivazioni che possono spingere Repubblica a pubblicare un articolo che propone conclusioni tanto evidentemente errate; ci chiediamo inoltre come possa non apparire grave una simile scelta, come possa passare in sordina una questione tanto importante quale il modo in cui viene riportata (o gonfiata fino ad apparire inventata di sana pianta) una notizia come quella "trattata" dalla Dusi. Oltre che per una questione di verità, sembra infatti molto strano che non solo si accetti, ma che addirittura si attui lo stesso meccanismo riduzionista messo in atto dalla scienza per cercare di spiegare questioni che superano la portata degli strumenti a sua disposizione.

Se pensiamo a noi stessi e alle nostre amicizie, alla complessità delle diverse esperienze in atto anche ora, in questo istante, ce la sentiremmo di dire che è lo stesso sentire che entra in gioco quando si fuma l'ennesima sigaretta, o si beve il solito bicchiere (per non parlare delle droghe pesanti)? Per non parlare, come accennato all'inizio, della presunta uguaglianza fra amicizia e rapporti che intercorrono sui social network come FaceBook.

La tendenza a considerare l'essere umano come un fascio di neuroni (in Occidente, ma ora anche in Oriente) è in voga da decenni, e ha gioco facile, dato che le religioni predominanti hanno perso mordente; noi non siamo credenti, e non ci interessa certo ribattere alla metafisica che ci propone questo articolo con un'altra altrettanto opinabile. Quello che davvero ci preme è evitare di subire un'informazione che si fonda su nulla o quasi, che propone una rielaborazione di pochi dati oggettivi perché ne nasca una notizia che faccia sensazione e che, evidentemente, DEVE orientare le menti in una certa direzione - sarebbe interessante capire perché proprio in quella direzione.

Cordiali saluti,

Marianna Turriciano e Linda Altomonte

 


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