asia
22 Ottobre 2011

Tibet, voci dalle fiamme

Ai monaci che invocano la libertà del Tibet dandosi fuoco, il governo cinese risponde con una politica di "rieducazione patriottica".

Nove tibetani, dallo scorso 16 marzo, hanno protestato contro l'occupazione cinese del Tibet, dandosi fuoco. L'ultima, una monaca di appena 20 anni, si è immolata questo 17 ottobre, invocando con il corpo in fiamme la libertà per il proprio Paese e il ritorno del Dalai Lama, prima di cadere morta. Il governo cinese, per tutta risposta, ha reagito militarizzando il monastero, teatro dell'immolazione, e inviando oltre ventimila agenti per "rieducare" la zona, "distribuendo bandiere e immagini dei leader cinesi".
Ma come si può "ri-educare" chi non ha mai accettato di essere sottomesso con la forza a un altro dominio? La rieducazione è per i deviati, non per chi non ha mai abbandonato, nemmeno se minacciato o forzato, il proprio sentire originario: culturale, religioso e nazionale. Tuttavia, anche secondo alcuni leader buddhisti tibetani il sacrificio di questi monaci è da considerare un estremismo contrario alla religione e che rischia di allontanare la gente dalla fede. Ma è davvero solo un estremista colui che sceglie di sacrificare la propria vita, quell'unico e prezioso bene che non potrà mai essergli restituito, chiedendo indietro la libertà sottratta con la forza al proprio Paese? Oppure si sta confondendo l'estremismo con un atto estremamente coraggioso e integro? Dopotutto, ad essere in gioco è la sopravvivenza stessa dell'identità di questo popolo oppresso.

Quel che è certo è che da anni, ormai, anche fra i Tibetani ci si chiede (e si chiede al Dalai Lama) se la linea della non-violenza sia ancora praticabile: dal 1949 il popolo tibetano è vittima di atrocità indicibili perpetrate su ordine del governo cinese, il tutto sotto gli occhi assonnati del resto del mondo, che pure continua a non intervenire - le uniche scintille di speranza sono piccole e grandi organizzazioni non governative che pure riescono, talvolta e miracolosamente, ad ottenere una goccia nel mare. Agli antipodi delle scelte finora attuate dal Tibet, c'è la Palestina: anche in questo caso le ostilità sono iniziate ufficialmente nel 1948, ed è scorso sangue sufficiente a impregnare e maledire la terra contesa; anche in questo caso, inoltre, c'è stato e c'è ancora chi adotta la non-violenza come unica forma di lotta sensata (in proposito consigliamo la visione del film Private, l'acclamata opera prima di Saverio Costanzo), ma in minima parte: la maggioranza dei Palestinesi oggi opta per la lotta armata, che per chi non ha carri armati a disposizione significa, come recita una canzone di un noto gruppo musicale francese, trasformare la propria vita in uno dei cannoni nemici.

Ciò che più colpisce in questo groviglio di avidità e disperazione - oltre all'assoluta e più che sospetta indifferenza delle grandi potenze occidentali, in altri casi pronte a difendere e addirittura esportare ideali di democrazia e dignità umana - è l'assoluta lontananza di entrambe le soluzioni dal modo d'essere che invece contraddistingue noi Occidentali; da un lato la via dell'assoluta non-violenza, dall'altra quella della ribellione più cieca, e in entrambi i casi, al culmine della rivolta, il suicidio: nel primo caso grido composto di chi vuole solo far sentire la propria voce, che sotto il crepitio delle fiamme sembra avere maggiore eco fra gli uomini liberi; nel secondo caso disperata vendetta di chi "non ha che la propria vita da offrire in dono" alla propria terra, alla propria gente... Difficile per noi anche solo pensare di potersi dare in pasto alla lotta per una causa comune in modo tanto truce.

Ci sono culture - come quella tibetana, come quella araba - per le quali la morte è una realtà che solo un bambino (e forse nemmeno) potrebbe contestare: la questione sul morire è quindi come, non quando (leggi: il più tardi possibile). Heidegger chiamava questo "sein zum Tode", "essere per la morte": non certo, come qualcuno gli ha contestato, esaltare l'idea del trapasso, bensì, umilmente, prendere coscienza della sua inevitabilità, e vivere di conseguenza. Senza giustificazioni puerili, prepararsi all'incontro con l'assoluto. In un contesto come questo è forse meno scandaloso immolarsi per una causa comune, che sia per evitare ulteriori sofferenze al prossimo o che sia con lo scopo di causarne di terribili al proprio nemico. Nel cuore del disagio che proviamo al cospetto di questi atti estremi c'è la debolezza di una cultura che, se pure ha ucciso un dio risorto, continua a sperare di poter sconfiggere la morte.

a cura di Linda Altomonte e Lucia Bertossa
redazione asia.it

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