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14 Gennaio 2011

Che cosa esiste? - il problema dell’Ontologia

In questa ricerca cercheremo di analizzare l'ontologia nella filosofia analitica e particolarmente nel filosofo statunitense Willard Van Orman Quine. Il problema di quali ‘entità' ammettere in una ontologia e la ricerca di ‘semplicità' ha una lunga tradizione, ne sono testimonianza il cosiddetto «rasoio di Occham» e il verdetto che  gli enti non si devono moltiplicare oltre il necessario (Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem)[1].

 Il testo di Quine «Su ciò che vi è. Da un punto di vista logico»[2] costituisce in un certo senso l'applicazione del «rasoio di Occam»: il filosofo americano si chiede cosa ammettere in una ontologia e accenna alla questione secolare della scelta dei particolari.

Creando i personaggi di McX e Wyman, ontologi platonisti, riporta il lettore alla vecchia disputa degli universali con i sostenitori della realtà degli universali da una parte e dall'altra invece i sostenitori  del carattere nominalistico degli universali.

La prima posizione, ovvero il realismo, così come la presenta Quine «è la dottrina platonica secondo cui gli universali o le entità astratte hanno un loro essere, indipendentemente dalla mente; la mente può scoprile ma non crearle».[3]

 Sono i nominalisti invece che negano qualsiasi realtà all'universale che per loro è un semplice nome,  flatus vocis.

In questo confronto di posizioni  viene in luce lo sfondo entro cui si colloca il problema, che è la risposta alla domanda ‘che cosa c'è, che cosa esiste?'

 Franca d'Agostini[4] sostiene nel suo testo «Epistemologia e Ontologia» che per Quine « "studio dell'essere" o "indagine sull'essere" è il tentativo di rispondere alle domande su ciò che esiste (che cosa c'è, dice Quine), o potrebbe esistere, o non potrebbe in nessun caso esistere, oppure: ciò che postuliamo come (possibilmente o effettivamente) esistente».[5]

Lo sforzo di Quine corrisponde al tentativo degli analitici di «pulire» il linguaggio dai fraintendimenti così come si era proposto anche Wittgenstein: 

«Il programma del neopositivismo si poneva dunque come una precisa opera di autoriduzione da parte della filosofia.(...)Wittgenstein aveva osservato che certi problemi tipici della tradizione filosofica, o della "metafisica", derivano da "errori" logico-linguistici, e più specificamente da una confusione tra la forma grammaticale del pensiero e quella logica. Per esempio, molte confusioni filosofiche e molti fraintendimenti, dipendono dal fatto che la parola "è" viene usata in modo diversi: come copula, come segno d'uguaglianza, come espressione d'esistenza».[6]

Prima di continuare, è opportuno però chiederci della natura di quella scienza particolare che si occupa dell'essere e della questione dell'esistenza. 

L'ontologia

 L'«Ontologia»[7]  è  per definizione  la  «scienza dell'essere in generale»[8].

 Severino ci dà questa definizione: «da Platone in poi una "cosa" è appunto un "ente". L' "ontologia" è la scienza dell'ente»[9].

Non dobbiamo dimenticare che la domanda sull'essere ha assunto varie forme nel corso della storia della filosofia. Ad esempio Parmenide non parlava di Ontologia, in questi termini, ma proponeva il discorso in questo modo: l'essere è , il non essere non è.

Quine all'inizio del suo saggio «Su ciò che vi è» affronta la domanda su cosa sia l'ontologia e su cosa esiste dà la risposta ‘tutto': «Una strana caratteristica del problema ontologico è la sua semplicità. Esso può essere posto, in italiano, con sole tre parole: ‘Che cosa esiste?', cui si può rispondere, per di più, con una sola parola, ‘Tutto', risposta che sarebbe accettabile per chiunque, ma che tuttavia equivale solo e soltanto a dire che esiste tutto ciò che esiste».[10]

 Perché Quine interrogandosi sul problema ontologico pone come primo quesito "Che cosa esiste? ". Quale intendimento di ontologia trapela da questo domandare?

 Varzi nel suo libro  Ontologia si interroga appunto sull'intendimento di Ontologia, chiedendosi se la domanda ‘che cosa esiste?', ossia la stessa domanda che Quine si pone, esaurisca davvero il dominio d'interesse dell'ontologia. Secondo Varzi, se fosse solo così allora «l'ontologia potrebbe considerarsi un capitolo preliminare della metafisica, intesa come studio della "natura ultima delle cose". All'ontologia spetterebbe dire che cosa c'è e alla metafisica cos'è quello che c'è.  Però  a questo punto si potrebbe pensare che "l'oggetto dell'ontologia sia di altra natura, o che non si esaurisca nel compito di redigere un inventario completo dell'universo.» [11] 

 Personalmente Varzi è dell'idea consueta ai filosofi analitici, di considerare che «l'ontologia costituisce una sorta di capitolo preliminare della metafisica»[12]

Quello che è comparso fino ad ora è il fatto che apparentemente ci sono diversi intendimenti della nozione di ‘essere'. In che cosa consiste questa  differenza?

 Per Quine, esistenza equivale come dice lui stesso, «solo e soltanto a dire che esiste tutto ciò che esiste». [13] L'esistenza è intesa  in Quine come un sommario di tutte le cose esistenti, un «inventario completo dell'universo».[14]

Ci sono anche altri modi di intendere l'esistenza?

E come è possibile una intuizione del tutto? 

L'«ontologia continentale»
 

 Wittgenstein nel Tractatus dice: «non come il mondo è, è il mistico, ma che esso è. »[15]

 In Wittgenstein l'esistenza è intesa quindi nel senso di fatto dell'esistenza, ossia del fatto che il mondo si trovi ‘invece che niente'.

 Il filosofo Max Scheler dice: «Egli scopre la possibilità del niente assoluto- e questo lo spinge ulteriormente alla domanda: "Perché si dà in generale un mondo e perché ci sono "io"? »[16]

 Questo specifico intendimento di esistenza contrapposta al niente si può riscontrare anche in filosofi come Heidegger e Sartre.  Un confine tematico potrebbe a questo punto essere posto tra filosofia analitica e filosofia continentale nell'intendimento di esistenza: per  la filosofia continentale essere  resta piùancorato al significato espresso da Parmenide:

«L'essere è, il non essere non è.»

Le cose che sono, sono; le cose che non sono, non sono. Con questo Parmenide ha tirato una linea tra due significati che a tutt'oggi restano cruciali ed insorpassabili:

 «Parmenide scorge che ciò che è identico ad ogni cosa è l'essere; e l'essere è ciò che si oppone al niente (questo è il significato supremo dell'opposizione).»[17]

 Nel corso della storia sono state date varie risposte a cosa vuol dire ‘essere':  l'essere è mente, l'essere è idea, l'essere è linguaggio ecc. Essere è quindi stato in qualche modo determinato e la domanda conseguentemente posta era: «cos'è ciò che è»?

 Alla base di questa domanda c'era la convinzione che attraverso un'indagine sempre più radicale sulle caratteristiche ultime dell'ente si potesse conseguire una risposta ultima alla domanda "Cos'è ciò che è?"

«Il  ti  to on  di Parmenide e di Heidegger nomina però qualcos'altro: la loro Ontologia non dice com'è l'essere, ma il fatto che c'è l'essere»[18].

 Che cosa vuol dire non concentrare l'indagine sulle modalità dell'ente ma piuttosto sul fatto che c'è ente? Anche se avessimo trovato tutti i «com'è» , ci si potrebbe comunque ancora chiedere del senso delle modalità.

 A riguardo, approfondendo la definizione di Ontologia, secondo Severino «"Ontologia", questo termine così tecnico, vuol dire riflessione sul senso dell'essere e del niente.»[19]

Nominando e chiarificando gli equivoci non si sa  ancora quale sia il senso di ciò che è. Per Heidegger si sa solo rispondere alla domanda su cosa ci sia sotto la luce dell'usabilità.

«Veritas est adaequatio rei et intellectus. Essa può significare: la verità è l'adeguazione della cosa alla conoscenza. Ma può anche voler dire: la verità è l'adeguarsi  della conoscenza alla cosa. (...) Entrambi i concetti dell'essenza della veritas sottintendono sempre un conformarsi a... e pertanto pensano la verità come conformità».[20]

Secondo questa indicazione di Heidegger   non ci si deve porre per così dire di fronte all'esistenza cercando di nominarla e di intenderla "logicamente", ma si deve lasciare voce al valore veritativo delle disposizioni emotive.

 «Un essere in uno stato d'animo, cioè un e-sistente essere-esposto all'ente nella sua totalità, può essere "vissuto" e "sentito" solo in quanto l'"uomo che lo vive", senza avvertire l'essenza dello stato d'animo, è già coinvolto in un essere in uno stato d'animo che svela l'ente nella sua totalità (...) L'evidenza dell'ente nella sua totalità non coincide con la somma degli enti di fatto conosciuti».[21]

 Heidegger intende dire che l'esistenza non è la somma di tutte le cose, ma l'esistenza svela il suo significato ‘che l'ente è e non piuttosto non è' in una disposizione emotiva, in una Gestimmtheit.

 La Differenza Ontologica, espressione coniata da Heidegger, consiste nel superamento del dualismo, ossia nel fatto che ci sia un soggetto conoscente e una cosa, un ente, da conoscere:

 L'ontologia è il superamento della metafisica[22], in quanto colui che domanda è incluso nella domanda: «Se la domanda sollevata circa il Niente è stata veramente coinvolgente (mitgefragt), allora non ci siamo presentati la metafisica dall'esterno. E ancor meno ci siamo "trasposti" in essa. »[23]

A questo punto viene il dubbio che alla filosofia analitica in generale manchi la consapevolezza della non conoscibilità di cosa sia in ultimo quel che è. 


[1]E. Picardi, Linguaggio e analisi filosofica. Elementi di filosofia del linguaggio, Bologna: Patron, 1992

[2] Willard Van Orman Quine, On What There Is, Review of Metaphysics 2 (1948), pp. 21-38; ristampato con aggiunte in W.V.O. Quine, From a Logical Point of View, Cambridge (Mass.):

Harvard University Press, 1953, pp. 1-19. In: Achille C. Varzi, Metafisica- Classici contemporanei, Bari: Gius. Laterza & Figli: 2008

[3] Ibid. p.27

[4] Franca d'Agostini , docente di Filosofia della Scienza al Politecnico di Torino, autrice di  lavori di confronto tra filosofie Analitica e Continentale e su significato e valore della nozione di verità

[5]F. d'Agostini, [francadagostini@polito.it], «Epistemologia e Ontologia. Quine avrebbe potuto risolvere i problemi di Heidegger? Heidegger avrebbe risolto i problemi di Quine?»,  p. 1; citazione dal sito www.dif.unige.it/epi/con/dag.pdf con permesso dell'autrice.

[6] F. d'Agostini, Analitici e continentali, Milano: Raffaello Cortina editore, 1997,  pp.28

[7] La parola Ontologia è nata solo nel sec.XVII

[8] Le Garzantine, Torino: Garzanti, 1981, p. 809

[9] E. Severino, La filosofia dai greci al nostro tempo, Milano: Rcs libri, 1996, p.135

[10] W.V.O. Quine, Su ciò che vi è, p.24

[11] Achille C. Varzi, Ontologia, Bari:, Ed. Laterza, 2008, p.12

[12] ivi

[13] W.V.O. Quine, Su ciò che vi è, p.24

[14] ivi

[15]L.Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Frankfurt a. M.: Edition Suhrkamp, 1963, 6.44

[16]Er entdeckt (...) gleichsam die Möglichkeit des absoluten Nichts- und dies treibt ihn weiter zu der Frage : «Warum ist überhaupt eine Welt, warum und wieso bin "ich" überhaupt?;

M. Scheler, Die Stellung des Menschen im Kosmos, Bern, München: Franche Verlag, p.88

 

[17]E. Severino, La filosofia dai greci al nostro tempo,  Milano: Rcs libri, 1996, p.71

[18] Note/appunti di Franco Bertossa, autore con Roberto Ferrari di  Lo sguardo senza occhio, Alboversorio, 2005;  http://asia.it/adon.pl?act=doc&doc=206

[19] Emanuele Severino su Parmenide 15/3/1988, [ www.filosofia.rai.it]

 

[20] M. Heidegger, Segnavia, Dell'essenza della verità, Milano: Adelphi, 1987:  "veritas est adaequatio rei et intellectus: Wahrheit ist die Angleichung der Sache an die Erkenntnis. Es kann aber auch sagen: Wahrheit ist die Angleichung der Erkenntnis an die Sache.(...) Beide Wesensbegriffe der veritas meinen stets ein Sichrichten nach... und denken somit die Wahrheit als Richtigkeit", p.136

[21]Ibid.: "Eine Gestimmtheit, d.h. eine ek-sistente Ausgesetztheit in das Seiende im Ganzen, kann nur "erlebt" und "gefühlt" werden, weil der "erlebende Mensch", ohne das Wesen der Stimmung zu ahnen, je in eine das Seiende im Ganzen entbergende Gestimmtheit eingelassen ist (...) Diese Offenbarkeit des Seinden im Ganzen fällt nicht zusammen mit der Summe des gerade bekannten Seienden." pp.147

[22] Metafisica qui intesa come dualismo soggetto-oggetto

[23] M. Heidegger, Was ist Metaphysik?, Frankfurt a. M.: Klostermann, 1943


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