Il primo di una serie di articoli sulla genesi e lo sviluppo del concetto di intenzionalità, centrale nella fenomenologia.

É l’intenzionalità naturalizzabile?

Esiste un soggetto ultimo della conoscenza? Esistono atti mentali primi, che proprio per definizione pare non possano attingere a null’altro che stia a monte? (ipotesi che validata costringerebbe a considerare ogni ambito del sapere umano come vincolato da almeno un presupposto).

Se la coscienza non è trascendentale, ma “coincide” con gli atti primi, chi è o cosa intendiamo per soggetto (coscienza ed autocoscienza) ?

 

L’intenzionalità da Brentano ad Husserl

Il concetto di intenzionalità si fà risalire alla Scolastica medievale e viene ripreso e sviluppato dal filosofo tedesco Franz Brentano, maestro di Husserl, così come da Carl Stumpf. Mentre però secondo la Scolastica l’intenzionalità era una caratteristica propria della voluntas, volontà, e non attribuiva intentio a tutti gli altri atteggiamenti del soggetto, per Brentano ogni atteggiamento è un rapportarsi a.
Con intenzionalità Brentano intende designare la caratteristica distintiva dei fenomeni mentali che distingue dai fenomeni da lui invece chiamati fisici. I fenomeni che definiti mentali (1874) in Psicologia dal Punto di Vista Empirico, sono tutti atti o atteggiamenti mentali, scrive infatti:

Udire un suono, vedere un oggetto colorato, sentire caldo o freddo ed altri stati analoghi dell’immaginazione sono esempi di rappresentazione, inoltre il pensare a un concetto generale. Anche ogni giudizio, ogni ricordo, ogni attesa, ogni inferenza, ogni convinzione o opinione , ogni dubbio. Sono comprese anche le emozioni: gioia, dolore, timore, speranza, coraggio, disperazione, rabbia, amore, stupore, ammirazione, disprezzo, ecc.

Il carattere intenzionale di un atto mentale consiste nel suo essere diretto verso un oggetto: non si può essere semplicemente spaventati, stupiti o ammirati, se si ha paura si ha paura di qualche cosa, se si prova ammirazione si deve ammirare qualcosa o qualcuno, se si prova stupore si prova stupore davanti a qualcosa o qualcuno. Secondo la Scolastica ogni fenomeno mentale è caratterizzato da quello che è chiamato “inesistenza intenzionale” di un oggetto, che Brentano chiamerà riferimento a un contenuto (direzione verso un oggetto), anche se tale oggetto non deve necessariamente avere il carattere di realtà o di oggettualità immanente.
I fenomeni fisici che Brentano contrappone a quelli mentali, in quanto privi di intenzionalità non sono spostamenti nel mondo fisico, ma sono pur sempre fenomeni, non caratterizzati da riferimenti mediante un verbo transitivo, come: colori e suoni e qualità che ne derivano. Definisce invece i fenomeni mentali come quei fenomeni che contengono intenzionalmente un oggetto al loro interno. A tal proposito Dummett[1] propone una distinzione che può essere chiarificatrice tra atti mentali e atti fisici, come ad es. dare un calcio alla palla. Fino a prima del contatto con la palla, l’atto di darle un calcio sarebbe stato esattamente lo stesso anche se essa non fosse stata lì, in altri termini la relazione all’oggetto è esterna all’atto fisico, in quanto l’atto è lo stesso indipendentemente dal fatto che la palla sia lì o no. L’oggetto dell’atto è estrinseco all’atto perché atto fisico. Per quanto riguarda l’atto mentale invece, l’oggetto risulta intrinseco perché non si dà atto mentale senza un oggetto di riferimento, senza una relazione tra atto e contenuto a cui l’atto si riferisce (non si dà giudizio senza qualcosa che è giudicato).

Stando alle parole di Brentano, Dummett sottolinea che ci sia un’ulteriore aspetto da individuare: un oggetto può avere due modi di esistenza. Può esistere nel mondo attuale, esterno alla mente e può esistere anche nella mente, ovvero incorporato in un atto mentale a esso diretto (ricordo, rappresentazione). Si pone una duplice questione su come sia spiegabile sia un’intenzionalità diretta verso un oggetto che non esiste attualmente, sia l’esistenza di un oggetto attuale, reale e oggettivo, senza che vi sia una direzionalità di un atto mentale.
La prima soluzione al duplice problema, proposta da Brentano, consisteva nel considerare gli oggetti verso i quali si dirige l’intenzionalità come esclusivamente interni alla mente, quindi si tratta di un rapporto con le proprie idee e le proprie rappresentazioni, ma tale oggetto mentale rappresenta l’oggetto esterno, posto che ve ne sia uno (senso debole di esterno). Questo pensiero rischiava di condurre Brentano ad un rappresentazionalismo robusto, perciò non compì mai questo passo. Continuò a considerare l’intenzionalità mentale come direzionata verso un oggetto che esiste esternamente alla mente nel senso forte di esterno, ovvero tale oggetto non esiste nella coscienza del soggetto ma fa parte del mondo oggettivo.

Ma in questo caso, non si spiega come mai ci possono essere atti mentali quando di fatto non vi è alcun oggetto (cosa che era spiegabile attraverso il senso debole di esterno).
Un esempio di questo genere di atti mentali sono le allucinazioni e gli inganni dei sensi. Ad esempio quando una persona è vittima di una allucinazione e dice di star vedendo una quercia se le facciamo presente che la quercia non c’è, egli può ribadire che la quercia esiste veramente; e non è possibile dire che si sta dirigendo verso una sua rappresentazione poiché la struttura è la stessa della visione veridica. Infatti poiché Brentano aveva scartato l’ipotesi che gli oggetti degli atti mentali sono interni alla mente, rimane aperta la questione di come sia possibile una relazione tra un atto mentale e l’oggetto nel caso in cui il secondo termine non esiste.
Questo è il problema che Brentano lasciò in eredità ai suoi successori.
Una definizione essenziale per Husserl sarà invece che i fenomeni contengono già in sé intenzionalmente un oggetto.

Husserl: percezione e concezione del significato

Secondo Husserl un atto mentale è un atto conferitore o donatore di significato; un proferimento linguistico in quanto tale non è un atto mentale: è l’essere informato da un atto mentale che gli conferisce significanza. Questo atto mentale conferitore di significato non sta dietro l’atto fisico di produzione delle parole, piuttosto è un singolo atto quello di proferire parole come aventi certi significati che ha due aspetti costituenti: uno fisico e l’altro mentale.
Husserl coniò il termine “noema” per indicare ciò cui l’atto mentale deve il suo carattere intenzionale. L’oggetto di ogni atto mentale è dato attraverso il suo noema: il noema è intrinsecamente diretto verso un oggetto ed è pertanto il possesso del noema che spiega l’intenzionalità degli atti mentali. Ed ecco ciò che Husserl intende come messa tra parentesi o Epochè: prescindendo dall’esistenza o costituzione del mondo esterno, concentrandosi solo sull’atto mentale, incuranti dell’esistenza dell’oggetto, il carattere intenzionale dell’atto mentale resta inalterato. In questo modo Husserl tenta di dare una soluzione al problema di Brentano: una percezione illusoria non è un problema perché ha la caratteristica dell’intenzionalità al pari di quella veridica, ma è priva di oggetto attuale (riferimento esterno). Possiamo forse azzardare un’interpretazione del genere: il fenomeno mentale non è intrinsecamente intenzionale ma la caratteristica di intenzionalità gli è conferita dal “possesso” del noema; altrimenti non si spiegherebbe come è possibile rimanere solo con il fenomeno mentale senza correlato oggettuale.
Se l’oggetto dell’atto percettivo esiste nella realtà allora, rispetto alla teoria di Husserl, ciò che il soggetto percepisce è l’oggetto reale, dove la percezione avviene attraverso il noema (quindi non possiamo dire che gli oggetti ci sono dati in modo indiretto). Di conseguenza non abbiamo altra soluzione, quando percepiamo un oggetto esterno, di sapere che lo stiamo percependo davvero poiché sappiamo che è là. Si pone a questo punto un dubbio: dove si colloca il sapere che un “oggetto è là” rispetto a un “qui” (luogo in cui si collocherebbe il soggetto)?
Husserl si chiede qual è l’atto in cui risiede il significato di una percezione come “il merlo ha preso il volo?” Infatti una percezione potrebbe restare invariata ma cambiare il suo senso. Ciò che è fondamentale è la posizione di colui che percepisce e non il senso dell’enunciato percettivo. Solitamente si intende la percezione in questo modo: è l’oggetto percepito ciò che fa sorgere le nostre impressioni sensibili, mentre secondo Husserl non c’è un oggetto che cogliamo con la percezione ma ciò che determina l’oggetto di ogni atto mentale è interno all’atto mentale stesso, è intrinseco al noema che informa l’atto. In “Esperienza e giudizio” pubblicato postumo troviamo scritto che “Il modo fattuale dell’esperienza è esperito in maniera tipizzata”, ad esempio un tavolo è riconosciuto come tale e tuttavia sempre come un che di nuovo nel senso che possiede dei caratteri tipizzati non ancora esperiti ma già aspettati: riconosciamo la specie, la categoria e sappiamo che questo è un cane perché è simile ad altri cani, perciò avrà qualcosa come una dentatura che ha una certa conformazione tipica. Nella percezione visiva di un cane il noema fa sì che la percezione sia intrinsecamente di un cane. E’ incorporato nel noema che ciò che sto vedendo è un cane.

Della stessa serie: L’intenzionalità nella Fenomenologia/2 e /3

Note:

[1] Dummett, Michael, Origini della filosofia Analitica, introduzione di Eva Picardi, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2001, p. 41

Bibliografia:

  • Brentano, Franz, La Psicologia dal punto di vista empirico, a cura di Liliana Albertazzi, Roma, Laterza, 1997
  • Dummett, Michael, Origini della filosofia Analitica, introduzione di Eva Picardi, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2001
  • Heidegger, Martin, Che cos’è metafisica?, a cura di Franco Volpi, Milano, Adelphi Edizioni, 2001
  • Heidegger, Martin, I Problemi Fondamentali della Fenomenologia, a cura di Friedrich-Wilhellm von Herrmann, Genova, Il Nuovo Melangolo, 1999
  • Husserl, Edmund, Quinta Ricerca, La coscienza come Compagine Fenomenologica dell’io e la Coscienza come Percezione Interna, in Ricerche Logiche, Volume Secondo. Traduzione italiana a cura di G. Piana, Milano, Il Saggiatore, 1968
  • Husserl, Edmund, La crisi delle Scienze europee e la Fenomenologia trascendentale: introduzione alla filosofia fenomenologica, a cura di Walter Biemel, traduzione di Enrico Filippini, Milano, Il Saggiatore, 1961
  • Von Herrmann, Friedrich-Wilhelm, Il concetto di fenomenologia in Heidegger e Husserl, a cura di Renato Cristin, Genova, Il melangolo, 1997