centro studi asia

Diritti umani e cultura in Tibet

Incontro con Thupten Jimpa

La questione dei diritti umani in Tibet come dissoluzione di una cultura millenaria, custode di un patrimonio di saggezza universale che l'Occidente non può permettersi di abbandonare.
Questo il tema della conferenza organizzata e presieduta da Stefano Maruca in collaborazione con il Centro Studi ASIA e Nexus (ONG sindacale), che ha visto la partecipazione di Amnesty International Bologna con Paolo Pobbiati, dei sindacati CGIL CISL UIL, del Comune e della provincia di Bologna rispettivamente con Gianni Sofri -presidente del Consiglio Comunale- e Andrea de Maria -vice presidente della Provincia. Ospite d'onore Thupten Jimpa, Geshe Larampa Tibetano (titolo corrispondente al massimo grado di studi in filosofia buddista) e PhD all'Università di Cambridge, che da vent’anni è il principale interprete del Dalai Lama nel mondo di lingua inglese e traduttore ufficiale delle sue opere.  

Ha aperto i lavori -nella elegante cornice della Sala Farnese di palazzo d'Accursio- Franco Bertossa, direttore del Centro Studi ASIA, maestro di meditazione e aikido, esperto di filosofia e cultura buddhista. Il suo intervento ha introdotto il tema sottolineando come in un momento di disorientamento e di crisi per la koiné culturale europea di fronte alle sfide etiche e filosofiche della tecnica globalizzatrice, la ricchezza e la profondità della tradizione orientale e tibetana possono venerci in aiuto per rispondere alle domande che più ci riguardano. Una motivazione forte, che si va ad aggiungere all'umanitarismo e al rispetto dei principi democratici, per non lasciar morire un popolo, una cultura e una tradizione religiosa.  

La situazione del popolo tibetano è davvero drammatica, vicina a quella dei primi anni '50- come testimonia Pobbiati  descrivendo la ferocia della repressione antireligiosa che non risparmia nemmeno i cinesi stessi, soprattutto Cristiani e praticanti di Falun Dafa.
Oggi i tibetani rischiano di essere completamente spogliati della loro cultura e tradizione religiosa, emarginati nella loro stessa terra, dove ormai si avviano ad essere una minoranza etnica sopraffatta dall'invasione colonizzatrice dei cinesi, dove i luoghi di culto vengono sistematicamente distrutti, dove si viene condannati a morte per essere simpatizzanti del Dalai Lama (come nel caso  di Tenzin Delek scampato alla pena grazie alla mobilitazione internazionale in suo favore) e dove le nuove generazioni non crescono più alla luce degli insegnamenti monastici e tradizionali ma vengono educate in scuole cinesi, imparano la lingua cinese e vengono indottrinate con l'ideologia marxista del PCC.

Colpisce, di fronte a tanta ferocia, l'atteggiamento moderato e compassionevole del governo tibetano in esilio, incarnato da S.S. XIV Dalai Lama, che da tempo continua a lanciare messaggi di dialogo e proposte concrete per una convivenza pacifica tra tibetani e cinesi. L'unica richiesta è quella di un'autonomia reale che garantisca il rispetto dell'identità culturale tibetana pur sotto l'egida del governo di Pechino.
In linea con questo orientamento si esprime anche il suo illustre rappresentante, Thupten Jimpa: ”Non lottiamo contro il popolo cinese ma contro un'autorità che nega ogni dignità alla nostra cultura” ha precisato in apertura del suo intervento, prima di interrogarsi sulle motivazioni del perpetrato diniego dell'autorità cinese di fronte alle proposte di dialogo e di trattative diplomatiche avanzate dai tibetani. “Perché non vogliono il dialogo?” —si chiede Jimpa- “Se aspettano la morte del Dalai Lama si sbagliano perchè non avrebbero più un interlocutore autorevole e capace di rappresentare tutto il popolo tibetano e, in sua assenza, si rischierebbe di ripetere lo stesso copione che abbiamo già visto in Europa nella ex-Yugoslavia”.

Allora quali strade è possibile percorrere oggi? Quale può essere il ruolo della comunità internazionale in questa annosa tragedia che da sempre viene taciuta dalla stampa e dai media italiani e internazionali? Pur nell'unanimità di consensi che univa i partecipanti alla conferenza, le posizioni emerse hanno mostrato differenze sostanziali.

La prospettiva, o forse meglio, la speranza di cambiamento indicata da Jimpa si inscrive nel solco dell'azione non-violenta e fa appello alla coscienza civile e umanitaria della società occidentale facendosi forte della fascinazione e della risonanza che ha avuto in Occidente il messaggio portato dagli esuli tibetani —che pure ha dato un'immagine stereotipata e new-age della cultura tibetana molto lontana dall'attuale condizione e dalle atrocità subite dal regime comunista cinese.  A ulteriore sostegno della sua tesi Thupten Jimpa ha citato le sollecitazioni esterne che il regime di Pechino sta subendo come la penetrazione del liberismo capitalista nella Cina comunista, la forte emigrazione in America e Europa delle masse cinesi, che direttamente o indirettamente sta portando in patria nuove idee e soprattutto nuove domande alle quali il regime comunista non può dare adeguate risposte.
Ma la forza dirompente e imprevedibile del complesso fenomeno che va sotto il nome di globalizzazione può davvero essere l'unica speranza di salvezza per il popolo tibetano?

Gianni Sofri, da  attento osservatore delle vicende internazionali e delle questioni umanitarie, ne dubita, distinguendo correttamente tra democrazia e libero mercato. Pensare che l'apertura al mercato occidentale possa necessariamente  generare un processo di democratizzazione del regime comunista è poco più di una speranza,  soprattutto in una Cina del XXI secolo dove già convivono marxismo, confucianesimo, nazionalismo e liberismo economico. Del resto le conseguenze per la popolazione iraquena e afghana dell'interventismo americano degli ultimi anni rafforzano tristemente tale distinguo, smorzando la speranza e l'appello alle coscienze civili.

L'analisi politica proposta da Andrea De Maria -vice presidente della Provincia di Bologna- sebbene si ritrovi nella logica degli appelli alla coscienza civile dei cittadini e all'opera instancabile delle ONG, fa un passo in più puntando sulla responsabilità sociale delle imprese. In sostanza il meccanismo proposto sarebbe questo: la Cina è in grande espansione e oltre a rappresentare un mercato immenso per la nostra economia in affanno sta diventando la meta di grandi investimenti da parte delle nostre imprese che delocalizzano, ovvero spostano la produzione lì dove la manodopera si offre a costi irrisori e in grande abbondanza. La responsabilità sociale delle imprese,  così come quella dei governi dell'EU, dovrebbe impedire di stringere accordi con il governo e l'impresa cinese fino a che il rispetto dei diritti umani del popolo cinese e quindi tibetano non vengano realmente garantiti.
Se una tale strategia venisse effettivamente applicata forse avrebbe dei frutti, ma visto che oggi la corsa verso il lontano -e vicino- oriente costituisce per molte imprese l'unica speranza di rimanere sul mercato, siamo noi europei -italiani in prima fila con il presidente Ciampi alla guida di una delegazione di 250 imprenditori proprio mentre Jimpa parlava in Sala Farnese- a proporci ai cinesi per investire nel loro paese, comprare i loro prodotti e  vendergli le nostre tecnologie. E tra tutti questi processi economici internazionali la questione della responsabilità sociale e dei diritti umani rimane a mala pena sullo sfondo, agitata da qualche manifestante indomito, riferita da qualche giornalista fuori dal coro ma ignorata quasi sempre dai Tg nazionali e dalle forze politiche.  

La questione della salvaguardia del popolo e della cultura Tibetana rimane aperta, sospesa tra speranze umanitarie, economia globale e logiche di potere. Non per questo dobbiamo rinunciare a parlarne e a chiederci incessantemente.

Esiste un fondamento alle affermazioni di principio sulla dignità umana capace di affermarsi anche al di sopra delle differenze culturali e delle logiche di profitto? Possiamo fondare la speranza o il progetto di un futuro migliore sugli appelli e la sensibilità civile, morale o religiosa? Queste categorie di pensiero e di azione non sono state demolite, derise, decostruite dal nichilismo relativista fino al punto da non fare più presa sulle coscienze?

A nostro parere la tradizione tibetana è capace di rispondere a queste domande più e meglio di quanto faccia attualmente la speculazione filosofica occidentale e questo perché non ha perso il contatto con l'esperienza in prima persona e con la natura profonda dell'essere umano che ci accomuna tutti al di là delle differenze politiche, religiose e culturali. Su questa base il buddhismo madhyamaka può indicare in una diretta esperienza di sé e della propria verità il sentiero che porta all'etica più profonda e più alta, quella che ci insegna a rapportarci con la nostra esistenza e il suo significato. 

 


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