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29 Settembre 2009

Este dolor tan simple

Poesia e poeti spagnoli al Festival della Poesia 2009

Argomento: Letteratura, Poesia

Sabato 26 settembre, nell'ambito dell'annuale Festival della Poesia delle Terre di Castelli, si è svolta a Savignano sul Panaro (MO) la serata "Omaggio alla poesia spagnola e al flamenco", che ha visto protagonisti alcuni fra i maggiori poeti iberici contemporanei: Luis García Montero, Benjamin Prado, Fernando Valverde, Daniel Rodríguez Moya e Javier Bozalongo hanno conversato con Giancarlo Sissa e Alberto Bertoni, poeti a loro volta. L'esibizione del cantore Juan Pinilla, accompagnato alla chitarra da Josè Manuel Ortiz Ibanez, ha suggellato l'evento con l'intensità trascinante del flamenco.

Poesia FestivalIntroducendo la serata e ricordando l'importanza del lavoro di traduzione di Giancarlo Sissa (sua la maggior parte delle versioni in Italiano delle poesie declamate durante la serata), Bertoni ha affermato che "tradurre è un gesto di amicizia", e in particolare ha sottolineato la peculiarità della traduzione della parola poetica: "Per tradurre altri linguaggi può essere sufficiente un computer, una macchina; il linguaggio lirico, al contrario, per essere davvero reso in una lingua diversa da quella originale necessita dell'uomo, di un cuore e una mente umani.". Presentando Montero e ricordando che questi, nell'incipit dello scritto che introduce i suoi Poemas, definisce se stesso come "poeta de la experiencia", Sissa ha proposto una riflessione sulla difficoltà tutta italiana a tenere nella giusta considerazione una simile la poesia: "Troppo presto abbiamo dimenticato, ad esempio, Pavese e Pasolini in quanto autori di versi", afferma.

Particolarmente interessanti sono state le parole di Montero sulla poesia e sul suo significato: essa rappresenta, per il poeta di Granada, una sorta di "educazione sentimentale", un modo per scandagliare il proprio sentire più profondo, che altrimenti rimarrebbe confuso e sterile; sempre secondo Montero, fare poesia significa "indagare cosa c'è sotto al nostro dire ‘io'", in una ricerca che ha come perno i moti dell'animo umano, il suo stesso porsi come individualità problematica a se stessa. Questo suo considerare l'ambito emozionale come centro della creazione poetica, ha ricordato con ironia il poeta, in passato gli valse la nomea di "reazionario" da parte di compagni del Partito Comunista, per via del fatto che scriveva poesie d'amore; oggi, ha continuato sorridendo, i compagni sono persi in un nostalgico sentimentalismo, mentre lui compone versi politici (e proprio la politica è protagonista di una delle poesie declamate durante la serata, e riportata nel PDF disponibile sul sito del Festival QUI).

Sollecitato da Bertoni a raccontare in che misura la tradizione della poesia spagnola - in particolare il lascito della Generazione del '27 e del suo esponente Rafael Alberti - abbiano contato nella sua versificazione, Benjamin Prado risponde: "Non credo molto nelle generazioni. Del resto non credo nemmeno nelle nazioni, né tantomeno nelle bandiere, fatte per avvolgere soldati morti. Ma credo nella tradizione letteraria e nella memoria: il debito che devo pagare loro è grande.". E per quanto riguarda Alberti: "Ho sempre sperato di raggiungere almeno un dieci per cento di ciò che lui è riuscito a creare. Autori come lui, Osip Mandel'štam e Ingeborg Bachmann hanno davvero saputo indossare la pelle del dolore del poeta.". Proprio a Mandel'štam e alla Bachmann Prado dedica due dei propri componimenti: come già Šalamov in uno dei suoi Racconti di Kolyma, l'autore spagnolo dilata l'attimo del trapasso di Mandel'štam, spirato in un lager siberiano; Prado si intrufola nelle strette maglie del momento in cui tutto accade perché tutto sembra poter diventare niente, e dipinge il mondo interiore di un uomo che per tutta la vita ha cercato la bellezza restituendola agli uomini - anche a quelli che lo uccisero. Il risultato è una lirica delicata, rispettosa del mistero, ma anche intrisa di forza visionaria, che sfiora l'istante supremo senza chiuderlo, bensì riproponendolo con discreta insistenza alla coscienza di chi legge o ascolta.

La morte è anche il centro di Preguntas a un lector futuro, uno dei componimenti di Montero: prima di leggerla, il poeta spiega di aver ripreso un'idea di Luis Cernuda, suo connazionale, che terminava la propria poesia consolato dal fatto che un futuro lettore avrebbe strappato la sua memoria all'oblio; per Montero, invece, la morte resta morte, estrema vertigine di "ciò che chiamiamo ‘io'", minacciato di nientificazione: al cospetto di tale possibilità, il caparbio sopravvivere dei versi "non mi consola, / se non posso ricordare la vita.".

Dice Prado in Una notte con Ingeborg Bachmann che "il compito / del poeta è, solamente, non negare il dolore". Ogni dolore, certo; eppure, avvolti dalle nostalgie impalpabili di Bozalongo e dalla "luz opaca" di Moya, pare davvero di poter cogliere, per un attimo, un dolore ‘altro', che è forse l'autentico interlocutore (e al contempo genitore) della parola poetica: quello di Mandel'štam e della Bachmann, il dolore incantato del non sapere cos'è ‘io', né quale sia il significato del sentire, del soffrire stesso, della morte... in una parola, dell'esperienza. La poesia riporta tutto al proprio posto: restituisce a se stesso il mondo esterno e il mondo interiore, gli oggetti e le sfumature dell'io - talvolta sublimandoli in simboli, talvolta svelandoli scabri e muti nel loro essere nient'altro che ciò che sono. Allora, in un istante di assoluta onestà, come in La aparencia di Valverde, "niente [...] somiglia al suo contrario", e "questo dolore tanto semplice è un deserto".

di Linda Altomonte
Redazione ASIA


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